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19 marzo Festa del papà

 

19 marzo ❤Festa del papa’

… Alcuni ci insegnano a seguire il cuore, ad assecondare le nostre inclinazioni, a vivere nel modo più consono al nostro sentire….

Altri ci insegnano a cambiare la gomma della macchina, attaccare un lampadario partendo dal trapano finendo con i mammut (quanto mi piaceva questo nome!)

Altri ci ripetono mille volte i loro consigli e ci ubriacano con le loro piccole manie.

Alcuni ci comprano i nostri biscotti preferiti, le vaschette di gelato al caffè, altri ci fanno guidare la loro macchina fino all’ultimo giorno… “Guida tu” e tu pensi….”wow quanta fiducia”!

Insegnare ad abbracciarsi e a dirsi “Ti voglio bene”.

Imparare il nostro lessico familiare.

Suonare insieme le corde emotive con chiacchiere infinite. Tante parole, tanti silenzi, discorsi, ragionamenti e telefonate…

La certezza di esserci.

La differenza nell’esserci sempre.

Nella stessa stanza, sotto lo stesso cielo, sulla stessa spiaggia …

Ovunque. Insieme. Alleati. Combattenti. Uniti in quelle mani strette.

Correre, rincorrere, fermarsi.

Perdersi. Cercarsi. Trovarsi.

La solidità dei miei occhi neri passa attraverso i tuoi con un tuffo in quel grigio-verde cristallo, strutturandosi nella flessibilità di un legame unico.

“Ciascuno ha quello che si merita”…. prendimi in giro…..

Io sono stata e sono una figlia fortunata.

Ogni giorno me lo riconosco…

Ogni giorno mi sento orgogliosa delle mie radici che mi nutrono attraverso l’acqua salata del mare e delle lacrime che scendono danzando tra i ricordi.

Un’assenza che è presenza, un vuoto che è uno spazio.

Oggi la tua presenza sono io.

Sei i miei gesti, i miei gusti, i miei pensieri.

I miei progetti, le mie ambizioni.

La fragilità e la forza.

La generosità.

La determinazione, la paura.

Testardi. Ironici. Curiosi.

Fuori luogo e senza filtri. Diretti. Spesso troppo scomodi.

Gemelli.

Lo zucchero, la cioccolata, i dolci.

Porto le meringhe, tu preparami il caffè.

❤Auguri a tutti i papà!❤

Perdita significa dolore

La mia mattina è iniziata con una banale riflessione…..
….nulla nasce senza che ci sia una perdita.
Niente.
Perdita significa dolore, a volte.
Perdita significa liberazione.
Ogni ferita ha il suo senso.
Immagino le ferite, le cicatrici dell’anima come un “ponte” verso qualcosa che, dopo, ci offre il senso di tutta quella sofferenza che ci ha spaccato in mille pezzi.
Ciascuno di noi colloca le proprie ferite in un punto preciso, e loro se ne stanno lì creando la loro dimora tra pensieri, ricordi, immagini e sensazioni.
Non sono statiche. Hanno un loro movimento, che ci consente di aprire ai passaggi di senso.
Non serve combattere contro le ferite.
Serve accoglierle. Farle proprie. Amarle e dove possibile, lasciarle andare…
Sono tracce del nostro essere preziosi…..♥️

crepe

…quante piccole crepe?

Avete mai notato quante piccole crepe?
Sulle pareti di casa, sulle tele dipinte, sulla tazza preferita del mio profumato caffelatte che sa di zucchero e caffè…
Piccole crepe.
In ciascuno di noi ne esistono alcune…. Profonde o superficiali.
Spazi sottili e impercettibili.
Solchi profondi e letali.
Mi chiedo quanto sarebbe bello se ci accorgessimo di esse l’un l’altro…. Se riuscissimo a sentirle nello sguardo di chi ci sfiora il cammino.
Ci vuole attenzione per cogliere quello spazio impercettibile che si forma nelle crepe; bisogna saperlo percepire….c’è dolore là dentro. C’è solitudine. C’è freddo….
Spesso, magari per proteggerci, proiettiamo tanto di noi in quello spazio.
Ogni cosa, può succedere che diventi proiezione. Ogni cosa, può capitare essere identificazione.
Il modo in cui guardiamo quelle crepe, ne parliamo, le definiamo, le interpretiamo può essere determinato dalla nostra proiezione, dalla nostra identificazione …. Che a loro volta vengono da lontano. Da ciò che ci ha preceduto, ciò che sta “dietro” di noi. Dalla nostra storia. Dal nostro inconscio. Dal nostro linguaggio.
Identificazione e proiezione. Due processi intimi che possiamo controllare, gestire, riconoscere, ma soprattutto, non evitare, in quanto siamo noi a creare il mondo intorno a noi.
Proiezioni, percezioni, passando dalle dissociazioni e dalle dispercezioni.
Il nostro universo è interessante, a volte magico e misterioso a volte spaventosamente paralizzante.
Spesso è possibile dissociarsi come compensazione vitale a determinate emozioni che si ritengono insopportabili in un preciso momento.
Non è sempre patologica la dissociazione, anzi, il più delle volte è un meccanismo vitale della nostra incredibile mente. Quando giochiamo ci dissociamo, quando leggiamo ed ascoltiamo musica, pure quando guidiamo o sogniamo ad occhi aperti. Lì il nostro inconscio viene fuori, si manifesta in pieno.
Dissociazione non è necessariamente delirio, che parte da una costruzione più cognitiva e finzionale.
Dissociazione è una modalità della mente di costruirsi uno “spazio altro”.
Il mondo che conosciamo ha estrema paura di questo.
Io lo rispetto, ma so anche che in
ognuno di noi esiste una parte dissociata che non è altro che una compensazione vitale che a volte ci fa rifugiare in quelle intime crepe custodi del profumo di caffè latte….

ristabilire priorità psicologia

Ristabilire priorità

“Non sopporto le liste.
Mi danno la misura di qualcosa che non riesco a ricordare. Vado di pancia di solito….
Eppure sono strumenti utili, indispensabili per fare ordine, e ad aiutare a riorientarci nel caos.
E di confusione, di grovigli, di capi intrecciati difficili da separare e riconoscere, in questo periodo, ce ne sono davvero tanti.
E così sono qui a scrivere, davanti ad un pasticciotto leccese pieno di crema, sentendo l’esigenza di mettere nero su bianco la mia di lista.
Succede un po’ come quando, all’improvviso, sorge un bisogno inaspettato e non preventivato, e l’unica cosa che puoi fare e che vuoi fare, è trovare un modo per appagarlo e soddisfarlo, per sentirti appagata, soddisfatta e piena, di ritorno, di riflesso.
Pensavo a ciascuno di noi….di voi… che sicuramente ad un certo punto della propria vita si è trovato a dover affrontare “un invisibile” , qualcosa che ha portato via, inevitabilmente, pezzi di sicurezza, pezzi di certezza, pezzi di me, di te di qualsiasi di noi insomma…
Ecco la fatica, trascorsa e del tutt’ora, a districarsi dalle emozioni confuse, dal senso di nausea misto alla voglia di ricominciare….
Mi reputo tenacemente testarda, a credere a resistere, ad adattarmi, a ricrearmi un piccolo mondo nel quale continuare ad essere fedele a me stessa…
Con la mia identità, il mio ruolo, i miei mille motivi, le mie relazioni, che a volte hanno scricchiolato, altre volte hanno mostrato la forza di un leone.
Ebbene, oggi ho voluto ricordarmi di tutto quello che, a passi incerti ma incessanti, ho percorso, ricostruendolo dall’inizio.
Perché anche i terapeuti hanno i brividi di fronte alle paure, di fronte all’abisso e di fronte all’impotenza.
Anche da terapeuta rimango ferita… mortalmente….
Tradita laddove ero certa non sarebbe mai potuto accadere.
Il mio rimedio, allora, è quello di capire quali lezioni poter trarre da tutto quello che mi è capitato nella vita fino ad oggi, certa che ogni disavventura porti con sé una possibilità trasformativa ed evolutiva.
Che in fondo, possiamo imparare a rifiorire anche dalle macerie, anche dai frammenti, anche dalla cenere.
Ciò che conta, ciò che resta, ciò che lasciamo andare….
Cosa sto imparando da tutto questo?
A ristabilire priorità.
A riqualificare il tempo.
A dire più spesso Ti voglio bene…. poveri voi…..
Le persone hanno bisogno di sapere che le amiamo, che le stimiamo, che ci mancano, che siamo innamorati di loro, perché non si sa mai.
A fare pace prima che arrivi l’alba del giorno dopo.
A valorizzare attimi.
A rincorrere pensieri.
A catturare sogni.
Ad amare ogni ‘essere con’.
A staccare la spina, quando è il momento di farlo.
A stare nelle pause, e trovare la quiete, ritrovare il respiro, ritrovarmi.
A lasciare andare….
C’è una lezione per tutto.
Cerchiamola e custodiamola gelosamente.
Perché sarà la nostra compagna di viaggio per tanto, tanto tempo.
E a chi resta indietro, indietro nel nostro percorso del cuore, che possiamo dire se non…. buona fortuna?”

Profondità e silenzio

L’essenziale è invisibile agli occhi”, ripeteva il piccolo principe, per ricordarselo, e queste parole di Antoine de Saint-Exupéry, tratte da “Il piccolo principe”, ci hanno sempre accompagnato, trasformandosi in alcuni momenti, in slogan capaci di fargli perdere il loro misterioso significato. Stampe su magliette borse e pareti di casa, ma forse non tutti si sono davvero mai fermati a collocare in sé stessi il vero significato…

Si. L’essenziale. 

Per ciascuno assume una forma diversa…

Spesso, quando osserviamo la realtà o ci confrontiamo con essa, ci troviamo in una posizione ego-centrata, ci identifichiamo, cioè, con quel complesso di esperienze, relazioni, idee, percezioni e immagini, che chiamiamo “Io”, ma che in realtà “Io” non è.

Forse potremmo dire che tutte le teorie che usiamo per comprendere la realtà (che in realtà non sono altro che un “contributo”) sono dei tentativi più o meno grossolani di afferrare ciò che per sua natura risulta essere inafferrabile dalla mente egoica. 

Ed ecco l’essenziale, quel qualcosa che intercorre fra noi e l’oggetto che osserviamo.

Per qualcuno essenziale è qualcosa di materiale, per altri qualcosa di spirituale, per altri qualcosa di superficiale, per altri di estremo profondo e intimo.

E così ci troviamo a riflettere su cosa sia essenziale, soprattutto in questo periodo di pandemia.

E ci scopriamo a riconoscerci concordi sul fatto che l’essenziale sta proprio nello scoprirci padroni delle nostre più profonde emozioni.  Alcune non si possono descrivere, non con le parole almeno.

Sono dentro di noi. E basta.

In un abisso fatto di battiti che albergano nelle profondità del nostro cuore dove risiede la bellezza del vissuto, l’incanto della consapevolezza di sentirsi di “essere”, il dolore di ciò che abbiamo affrontato, le persone che abbiamo perso, insomma la bellezza racchiusa in noi è massima espressione di ciò che qualcuno ci ha donato, la vita…

Ecco che lì, nascosta in quell’oceano pulsante, in una mente infinita come il mio mare, perché per concepire l’infinito bisogna essere infiniti dentro, in un corpo così forte, fragile, capace di amare, odiare, piangere e gioire, sappiamo che in fondo è proprio vero… tutto è immobile fermo ad osservarci, guardarci, accoglierci, abbracciarci in una stretta vitale fatta di mille petali di cristallo che riflettono emozioni.

Un’alchimia, una magia, un qualcosa di inspiegabile come quando dal nulla versiamo lacrime, lacrime che non capiamo se siano di felicità o di tristezza, quando dal nulla, così in un attimo capiamo di essere vivi.

Scorriamo nel mondo…. 

Attraversiamo le stagioni, il tempo, le notti, tutto ci sembra rimanere immutato. Eppure tutto si trasforma…. cambia… si modifica… 

Cadere e rialzarsi. Nascere e morire. 

È tutto qui, in quella capacità dell’indescrivibilità di un momento. 

Un sussurro che fa volare, un no che uccide, un forse che blocca e lascia sospesi nell’incantesimo del momento. Ci siamo e non ci siamo. E quando ci siamo, rieccoci. Cadiamo, inciampiamo nei sentimenti, nella poesia, nella pioggia di emozioni che qualsiasi cuore che si sente libero di nutrire, di provare, di sentire, vive…

Scivoliamo sull’odio, ci culliamo nell’amore, ci coccoliamo nei sospiri, sprofondiamo in quello che è un abbraccio di tenerezza che ci fa addormentare felici… possiamo essere capaci di provare tantissime emozioni, altrettante sensazioni.

E proviamo “il tutto”. E proviamo “tutto”.

Ma nella vita è difficile descrivere tutto ciò a parole. E allora si lascia spazio al silenzio, con quella paura di rimanere da soli in quel silenzio, a pensare, a pronunciare parole che non a tutti risultano avere un senso vero e profondo come si vorrebbe…. 

“Dopo avere camminato a lungo per le vie, in mezzo alla gente, alle cose e ai segnali, ho voglia di isolarmi dal rumore; cerco un luogo tranquillo per riposare, rilassarmi, pensare; per non pensare a niente, svuotarmi i sensi e la testa; per concentrarmi, smettere di sentire, cominciare ad ascoltare. Su una panchina, in un giorno d’agosto, in un paese che non è il mio, accanto al ponte vecchio di una bella cittadina rinnovata, davanti, sul fiume, c’è uno scorrimento silenzioso, solo ogni tanto una lunga chiatta scivola… Questa condizione di silenzio e di solitudine mi permette di ritrovare una percezione di me e del mondo che mi sta attorno, precisamente un ascolto. Il silenzio che mi sono procurato, isolandomi dai rumori normali, mi permette di ascoltare. Ma è piuttosto un pensare, un ascolto pensante. Come se prima fosse stato l’esterno a riempire la mia esperienza, e invece adesso esterno e interno agissero in me corrispondendosi. E forse è proprio questo gioco, grazie al quale esterno e interno passano l’uno nell’altro senza appiattirsi o riassorbirsi l’uno nell’altro, che mi fa sentire e pensare assieme. Mi accorgo che in questo rilassarmi ho lasciato essere una dimensione di apertura della mia esperienza che di solito è messa a tacere” (Pier Aldo Rovatti, L’esercizio del silenzio).

Cerchiamo il silenzio, grembo dell’intimità.

Lo cerchiamo, lo desideriamo il silenzio, eppure, quando lo troviamo fatichiamo ad accettarlo. Ci spaventa. Ci angoscia. Tentiamo di sfuggirlo, di respingerlo. Le certezze che generalmente crediamo di avere, diventano all’improvviso fragili, fluide e precarie …. eppure sentiamo di averne bisogno, necessitiamo di precipitare nel vuoto in esso racchiuso…

Se ci fidiamo di noi riusciremo a fare silenzio dentro noi stessi e così arriveremo a far tacere tutte le voci e i rumori che non ci consentono di avere un atteggiamento d’accoglienza. Ascoltare il bisogno di silenzio da cui, solo, può sgorgare una parola di verità. 

Simone Weil ci ricorda che dobbiamo arrivare a far tacere le voci che, dentro di noi, giudicano, sono stereotipate, non vanno oltre le apparenze, si legano a superficiali spiegazioni e che trovano facili soluzioni. 

Eccolo così in modo autentico, lo possiamo sentire il silenzio puro.

Il silenzio non si traduce in assenza di suoni, il silenzio ci aiuta a sentire i suoni del mondo e non i rumori frastornanti del caos del mondo.

Un eccesso di “incontro con gli altri” rischia di essere un modo per tenerci a distanza da noi stessi. Ed è proprio nel silenzio, invece, che possiamo sentire qualcosa di diverso rispetto a quando siamo immersi nella quotidianità della vita.

Creare silenzio attorno e dentro di noi, spegnendo i rumori che ci circondano e avvolgono, disturbando il nostro essere e costringendoci ad un adattamento continuo, che però può diventare perdita di sé.

Dobbiamo farci da parte andando oltre le connessioni con l’altro, rispetto al troppo che ci sommerge di stimoli e informazioni, che ci toglie potenzialità, cercando invece lo spazio per il silenzio che ci permette di poter ritornare alle nostre radici più intime, riscoprendo così anche il valore di essere “un’isola”.

E quando fuori tutto tace, il rumore, quello capace di distrarci, ce lo abbiamo tra i pensieri, quelli che ci permettono di per vivere mille vite al giorno ….

Scappiamo da quel silenzio o meglio scappiamo da quelli che sono un’infinità di silenzi.

Si ha paura del silenzio, perché, pur contemplandolo spesso ci spiazza, mettendoci davanti alla percezione di essere piccini…

Ma il vero silenzio è di una bellezza imbarazzante. È maestro e mentore, capace di insegnarci ad ascoltare la nostra anima. Nel silenzio ci riconosciamo, ci scopriamo, ci lasciamo andare ad emozioni nude. 

Nel vero silenzio ci lasciamo rapire, ci lasciamo stringere dalle sue braccia forti e ci culliamo in una danza in cui volteggiando perdiamo le nostre certezze, le nostre sicurezze del dove inizia la vita e dove finisce…. 

In questo momento di isolamento ci rendiamo conto di essere, e di poter essere, una moltitudine, avendo conferma così che l’individuo non può minimamente essere considerato come una monade scollegato dalle proprie relazioni sociali e dall’ambiente che vive.

Tutti diversi, ma molti. Uniti. Legati da sentimenti ed affetti. In questi molti, ciascuno di noi ha un luogo intimo, spazio imprescindibile del proprio essere, un angolo in cui sentiamo di poter lasciare andare il nostro più profondo intimo.

Ci rendiamo conto così, che il silenzio porta con sé una grande componente trasformativa, porta con sé gli opposti e i contrari di ogni situazione.

Ovunque siamo, in ogni istante in cui ci possiamo permettere di ascoltarci ed esprimerci da nostro angolino, incontriamo noi stessi e sentiamo di essere autentici, in una continua scoperta e in un incessante bisogno di esplorare, di conoscere e riconoscerci.

È il tempo che riserviamo a noi stessi come pausa nel mondo, sospendendo la nostra efficienza, e regalandocene un’altra, fatta di attese e di conoscenza di Sé, dove si scoprono risorse, potenzialità e le fragilità, che sono presenti in noi e negli altri che, ancora nascoste o celate, attendono solo il momento giusto per fiorire.

È il luogo sicuro in cui ci ritroviamo tutte le volte che riusciamo a dipingere quel silenzio dentro di noi, quello stesso che ci permette di recuperare il nostro tempo e il nostro ritmo, quando abbandoniamo il “mondo connesso” fatto talvolta di mancanza di vicinanza, e arriviamo invece a creare uno spazio che è reale “incontro” con noi stessi o con l’altro.

Esistiamo e viviamo in una realtà in cui abbiamo la necessità di cercare la nostra libertà, che non deve essere interpretata come “onnipotenza senza limiti” o “godimento dissipativo”, ma espressione della nostra autenticità nell’essere una moltitudine che sceglie di relazionarsi all’altro.

Percezione, scambio e sensazione, una vastità interiore perfettamente palpabile che anche se taciuta è assolutamente presente. Nel silenzio c’è infatti il volto affascinante e terribile del suono della malinconia che ci rapisce con la sua immensa capacità di intensificare tutto. 

Il silenzio è ricerca, ricerca di quella melodia che ci cambia la vita, che dà senso alla vita.

Un silenzio che purifica, lava via i troppi pensieri, e ci ricorda che senza di esso non si può sentire, non si può ascoltare, non si può apprezzare, non si può vivere.

Solo nel silenzio sentiamo i battiti del nostro cuore. È nel silenzio che, chiudendo gli occhi e osservando un volto, possiamo vedere il suo essere stato bambino. Si può sentire la vicinanza nel silenzio. Ma anche la mancanza. La mancanza di quella voce di cui abbiamo bisogno. Ed è lancinante. Un silenzio che come uno tsunami travolge e distrugge tutto. Come un pennello che con una mano di tinta ricopre un muro colorato.

Attimi in cui lo sguardo si fa profondo, e si ha l’opportunità di ripercorrere ciò che è accaduto, comprendendoci, ritrovandoci.

Ma solo il vero silenzio, quello che rivela che l’essere umano è abitato dalla trascendenza nella sua pluralità di forme, ci fa capire che nella vita c’è bisogno di rumore e di amore….

Ci fa capire che abbiamo bisogno di avere qualcuno accanto che faccia rumore e che ci dia amore…

C’è bisogno di familiarizzare con questo silenzio, una conquista lentissima che comporta imparare ad abitare con noi stessi. Percorrere strade, luoghi deserti, vuoti abissali per arrivare a confrontarci con le nostre stesse fragilità, quelle che ci appartengono e ci nutrono, diventando per noi una fonte di conoscenza, indispensabili per accompagnarci nella conoscenza di noi stessi. Ci permettono di incontrare la nostra umanità e la nostra più autentica intimità.
È un dono quella cicatrice che si forma in noi. Tra dolore, memoria, mancanza e nostalgia di quello che è stato e non sarà mai più.

Tutto questo converge in un inesauribile desiderio di vivere.

Nel silenzio scopriamo, riscopriamo, ci scopriamo in una disperata quanto famelica vivacità, e così, viviamo. Eterni.

Tenerezze serali, dedicate a voi, dedicate a noi…

Prima che questa giornata volga al termine vorrei dire che….

In queste giornate in cui siamo stati costretti a mettere una marcia ridotta, abbiamo avuto e abbiamo tempo, tempo per riflettere, per pensare, per arrabbiarci, per ridere, tempo per ascoltare, tempo per sentirci.

Sempre di più mi rendo conto come non potrei essere assolutamente quella che sono oggi se non avessi ascoltato mille storie, assorbito mille esperienze, se non mi fossi “immedesimata” in mille situazioni, se non avessi litigato e discusso per proteggervi, se non avessi avuto l’opportunità di spronarvi a riposare per ripartire e se non avessi sofferto mille per mille volte insieme a voi….

….sempre più mi rendo conto che sono lì, seduta nel mio studio, e passeggio con voi nelle strade di una memoria emotiva speciale….che arriva ad oggi e vuole spiccare il volo verso il domani….

E la sera camminando tra i passaggi della mia giornata, mi dico che sono felice perché mi sento una persona migliore, ma soprattutto fortunata….

Ciascuno mi regala talmente tanto….mi offre davvero una ricchezza incredibile….

Poter stare con voi mi fa sentire fortunata…poter lavorare con le emozioni, quelle autentiche, quelle che a volte nascondiamo con un pizzico di imbarazzo…

Emozioni nascoste. Rimaste sospese in attesa del momento giusto che spesso non arriva mai perché travolto dal suo stesso ritardo….

Scoprire che siamo anche altro..

Cangianti.

Imperfettamente unici.

Veri e bugiardi tra lacrime di rabbia e disperazione.

Mi rassicura l’universalità dei nostri dolori…

Siamo tutti uguali.

Siamo tutti umani.

Anime di infinita bellezza racchiuse nella nostra fragilità.

So l’infinito senso di vicinanza nell’incrociare due occhi che si sollevano dopo un pianto, nel silenzio.

Anime nude, mai contatto è stato così tanto intimo.

Sapere che si possono rimettere insieme i pezzi di una vita, sapere che si può percorrere una strada nuova, seguendo il sentiero del cuore, procedendo sicuri un passo per volta.

Voltare pagina, lasciar andare, ricominciare.

Ho sempre usato la tecnologia, sono stata da sempre favorevole ai colloqui on-line, alla terapia via Skype come mezzo di incontro utile in alcune situazioni, ma oggi che questa è risultata essere l’unica possibilità per continuare terapie già iniziate o iniziarne di nuove, mi sembra davvero troppo poco vedervi solo e sempre tramite uno schermo.

Io che continuo ad andare in studio, ma ad aprire un computer e non una porta per accogliervi, mi sono trovata a non poter più dare un abbraccio nel momento di bisogno, una stretta sulla spalla al raggiungimento di un obiettivo, una calda stretta di mano….

Ed oggi mi trovo qui a riflettere su come ciò che alcune settimane fa era difficile, non toccare l’altro, oggi sia faticoso, mai normale…mi sta stretto….

In questo periodo i colloqui tra noi sono vissuti con la distanza di un monitor….cerco la risorsa…..

Penso che entrare in punta di piedi nelle vostre case sia un privilegio, la casa simboleggia il Sé, Khalil Gibran ci suggerisce che “La casa è il nostro corpo più grande”.

Dieci anni fa ormai, ho svolto la mia tesi di specializzazione sul significato della “Casa” in psicoterapia; la casa come metafora di noi stessi e del nostro mondo interiore.

Ricordo ancora l’emozione nel leggere il bellissimo passo di Julio Cortázar: “Mi rimangono le case in cui sono stato felice, dove ho assistito alla bellezza, alla bontà, dove ho vissuto pienamente. Guardo la fisionomia delle abitazioni come se fossero volti, torno a esse con l’immaginazione, salgo scale, apro porte e contemplo quadri. Non so se gli uomini siano troppo ingrati con le case, o se la mia gratitudine nei loro confronti sia una forma di nevrosi. Il fatto è che amo i luoghi dove ho incontrato un minuto di pace, non li dimentico mai, li porto con me e conosco la loro essenza intima, il mistero ansioso di rivelarsi che abita in ogni parete. Sono certo che le case cerchino di parlare, di farsi amare, e a volte mi spiego i fantasmi: come non ritornare dalla morte, a visitare le case amate? Io sarò un fantasma infaticabile”.

Nulla più della nostra casa è in grado di rivelare chi siamo. La casa, lo spazio, il luogo sicuro capace di proteggerci nei confronti dell’esterno, ci avvolge, tiene insieme le parti che formano quel tutto che è la famiglia….

Abitare è abitarsi. Ogni casa parla di chi vi abita, è una sorta di specchio: riflette i gusti, la personalità e soprattutto, gli stati d’animo.

La casa ha un suo inconscio: la scelta dell’arredamento, dei mobili, della disposizione delle stanze non dipendono solo da decisioni coscienti ma sono la proiezione inconscia di parti di noi che si riflettono poi sugli spazi.

Quando ci troviamo a scegliere i mobili e l’arredo della casa entriamo in contatto con la nostra vera intimità. Oggetti e mobili riflettono la nostra psiche, con cui è possibile esprimere gusti, desideri e bisogni funzionali.

Possiamo dire quindi che la casa rappresenta la parte più intima della nostra vita e anche una vetrina attraverso la quale mostriamo agli altri i nostri gusti, i nostri valori, insomma la nostra personalità…

E permettermi di entrare nel vostro spazio mi sembra davvero un enorme dono che mi fate. Aprirmi lo spazio in cui vi lasciate andare, vi ritrovate dopo il lavoro, vi rilassate, discutete e al tempo stesso trascorrete i momenti più belli con le persone che amate, è una opportunità speciale…

Parliamo, entriamo nelle emozioni cerchiamo di riconoscerle, usarle, comprenderle e gestirle in modo consapevole…Oggi, spesso il pensiero la riflessione va al tema della libertà…. Oscar Wilde, ci suggerisce “In verità l’uomo non ricerca né il piacere né il dolore, ma semplicemente la vita. L’uomo cerca di vivere intensamente, completamente, perfettamente. Quando potrà farlo senza ledere la libertà altrui e senza esserne mai leso, quando le sue attività tutte gli frutteranno soddisfazioni, egli sarà più sano, più normale, più civile, più sé stesso. La felicità è il criterio col quale l’uomo giudica la natura, è in armonia con sé stesso e col suo ambiente”.

L’anima e i pensieri viaggiano…si riattivano prepotentemente le emozioni passato e del presente, e ci fa sentire di essere vivi… padroni di sé stessi, liberi di esprimere tutto ciò che aleggia nel cuore….

Ci invade un senso di leggerezza dove ci si perde per poi ritrovarsi…

Chiudo i colloqui, ora vissuti con la distanza di un monitor, e mi sale un’emozione nuova… quasi di tristezza…. forse più di nostalgia…

Condividere, riconoscersi, fidarsi….. Affidarsi nell’appoggiarsi….

Ecco la distanza che si mostra nella sua invisibile maestosità…

E mi si stringe il ?, perché siamo lontani, si, ma so che siamo insieme…e siamo, come canta Elisa, “forti si ma poi siamo anche fragili!!!!”

…a tutti voi GRAZIE per essere per me esempio e motivo di crescita personale e professionale.

Siete, davvero, la mia più AUTENTICA finestra sul mondo!!!

Copyright © Lavinia La Torre

Sentire la Solitudine

È tutta questione di… solitudine.

Scriverla. Leggerla. Ascoltarla.

Sentire la solitudine.

Sentire la Solitudine
mattsixon .co.uk

Credo proprio che la solitudine si manifesti nell’aiutarci a non cadere nella superficialità, a non lasciarci risucchiare dall’apparenza e dall’effimero che ci uniformano al pensiero dominante e a comportamenti omologanti, falsi e, talora, ridicoli.

Se l’accogliamo e la viviamo positivamente, potremmo cominciare a vederla non più come un fardello di cui sbarazzarsi quanto prima, ma come un passaggio verso l’autenticità, un territorio nel quale educare i nostri desideri, purificare i nostri propositi, risanare le nostre ferite, conoscerci meglio per poi agire con lucidità e un rinnovato senso di responsabilità.

Ecco perché la solitudine ci appartiene e va vissuta al pari del nostro bisogno di relazione, di condivisione e di amore, che per essere veritiero dipende dalla capacità di farsi carico delle ragioni profonde della nostra coscienza.

Come possiamo leggere allora? Cambiando prospettiva, forse….

Accogliamola.

accogliere la solitudine

Cominciamo a dare voce a quel “mi sento” come se fosse un messaggio che “da dentro” sta cercando di emergere esprimendosi. Se lo interrogo, lo commento, lo giudico e lo combatto, finirò per diventare come tutti gli altri. Omologata. E allora sì che soffrirò davvero. Occorre invece percepire nel corpo quel senso di solitudine, perché il corpo ha tutte le risposte.

Guardare la solitudine quando si presenta, nient’altro.

Guardarla, riconoscerla, ascoltarla…esprimerla.

Dico spesso “metti fuori”, “fammi conoscere questa emozione”…. Parlo di quella solitudine di tutta quell’angoscia che stai provando e che hai già conosciuto nella tua vita, quando sei stata travolto da dolori profondi e personali voragini.

Certe cose, specialmente le più intime, quelle che rimangono chiuse e buie in noi per molto, tanto tempo, prima o poi esplodono con una forza dirompente, a volte persino incontrollabile.

Il cervello recepisce, elabora, ma lo fa sempre all’interno di un contesto, perché i nostri pensieri non sono meteore piovute dal cielo.

Il cielo, in sé, ci ama, e siamo noi a non voler accettare il tempo brutto, i temporali e quella pioggia che ci è necessaria, anche se è causa di maltempo, di freddo e di umidità e ci rattristiamo al solo vederla.

Oggi Bologna si è svegliata con qualche gocciolina d’acqua che accanto ai fiocchi di neve caduta ieri ovattava già un silenzio assordante.

Pioggia e neve che rallentano ancora di più un mondo che sbirciato dalla finestra mi mostra un paesaggio surreale.

Apro la finestra.

Trovarsi a sprofondare in una malinconia solitaria inspirando il profumo di un’aria primaverile che sa di quel freddo pungente che pizzica la pelle.

Le case appaiono ora come giganti dormienti. Tutto è quiete, intorno. Non un rumore a spezzare il silenzio. 

La città ha dimenticato la sacralità di questo silenzio, abbracciando confusione e frenesia.

Osservo la quiete, il silenzio: quello che mi permette di guardare al vecchio pensandolo come a quella ricchezza capace di prepararmi al nuovo; è qui che risiede la voce dell’Anima, sempre soffocata dagli strepiti della mente. Per questo si deve tacere.

Richiudo la finestra ….. guardando a quel mondo, sentendolo gelido e svuotato da quelle relazioni per me primarie.

Tropea

Si muovono i ricordi. E allora il cuore ritrova la sua dimensione naturale, quella che occupa più spazio di quello che saremmo abituati a immaginare.  ….quiete, silenzio e….solitudine….

Copyright © Lavinia La Torre

Dolore!

… E poi ci sono le storie che ci raccontiamo…

Ci troviamo spesso a farci guidare dal nostro stato d’animo che diventa poi predominante sul nostro tutto.

Ma in quel tutto che ci sembra omogeneo, ci sono molte sfumature di cui dobbiamo riuscire a tener conto.

La nostra vita emotiva non è mai statica, si muove tra colori accesi e tonalità sfumate, variabili, intrecciate tra loro nel dar vita a tavolozze uniche.

Anche nelle giornate pesanti, come quelle che molti di noi stanno vivendo, ci possono essere sprazzi di leggerezza, attimi di luce brillante, o di grigi che non sono neri. 

Il nero pesa di più in questi ultimi giorni di marzo, si imprime nelle giornate, le colora del suo tono. E’ difficile, ma dobbiamo pensare di poter portare con noi il tutto: non negarci la fatica o il dolore, ma accompagnarli al resto che c’è, anche se piccolo e sfumato. 

Accogliere la completezza che attraversiamo tutti i giorni, e raccontarci quella completezza, non solo il nero o il bianco prevalenti, ma nuotare nelle sfumature.

Ci dobbiamo ricordare che ogni volta che valorizziamo il brutto, quel brutto scurisce le lenti attraverso le quali guardiamo la vita scorrere. 

Non solo la nostra, ma la vita in generale.

Quando siamo sofferenti ci sintonizziamo e percepiamo maggiormente tutte le sofferenze intorno a noi. E questo sguardo rafforza il nostro dolore, diventando un circolo vizioso.

Ognuno di noi sperimenta il suo dolore.

E’ un’emozione che è parte integrante dell’esistenza di ciascuno, pertanto non è possibile immaginare, sperare, idealizzare una vita priva di dolore. 

Dolore, nelle sue molteplici forme: un lutto, una delusione amorosa, un’offesa o un torto subiti, un’amicizia finita, incomprensioni e tradimenti sono solo alcune delle forme con cui si presenta il dolore nelle vite di ciascuno. Il dolore fisico, una malattia, una disabilità fisica, portano con sé una sofferenza anche a livello psicologico, emotivo ed esistenziale. 

Il dolore, quel sentimento devastante che sembra ingoiarci come un fiume limaccioso che tutto travolge e subissa, può arrivare a sottrarre violentemente il desiderio di vivere e rischia di scaraventarci in una stanza buia e senza finestre in cui non riusciamo nemmeno a percepire il nostro stesso respiro.

È una battuta d’arresto che irrompe violentemente e, quando giunge, spesso senza alcun preavviso, inizialmente sembra non stia succedendo a noi.
Ci si sente spettatori della vita di un’altra persona, di un altro te.
Pensi che presto qualcuno verrà a dirti che si è trattato solo di un incubo.
Ma ciò non accade.

E con la consapevolezza che invece sei tu il protagonista di quella tragedia comincia un processo di annientamento dei sogni che hanno accompagnato fino a quel momento la tua vita.

Svanisce ogni certezza e in pochi istanti svela spietatamente la precarietà delle nostre convinzioni.
Crollano le certezze.

E pensi di non essere in grado di sopportare quel gravoso fardello.
Ciò che fino a ieri sembrava importante, cessa di avere lo stesso significato quando il dolore irrompe nella tua vita.

Grande o piccolo che sia, il dolore muta la vita di una persona.
Per sempre.

Sotto la lente del dolore il mondo appare trasformato nella sua interezza.

Il dolore fa parte di quelle esperienze fondamentali perché pone ciascuno di noi ad una tensione che, distrugge e amplifica le percezioni di ciò che viviamo, si ciò che sentiamo.

Il dolore, qualunque sia la sua origine ed in qualunque modo sia vissuto, rompe il ritmo abituale dell’esistenza, produce quella discontinuità sufficiente per gettare nuova luce sulle cose ed essere insieme sofferenza e riscoperta.

Salvatore Natoli ci insegna che il patire dell’uomo resta al contempo un mistero sacro e un paradosso, perché anche se tutti ne fanno esperienza esso resta indicibile e non può essere condiviso; nessuno, per quanto empatico, può davvero sentire il dolore di un altro. Ognuno soffre a modo suo, da solo.

Ma la sofferenza, mentre ci chiude in noi stessi e ci ammutolisce, ci costringe – di nuovo un paradosso – a uscire da noi e a chiederci se abbia un senso l’umano soffrire e quale sia e quale significato abbia, se mai ce l’ha, lo stare al mondo.

Sembra paradossale affermare che proprio nell’incontro con quel terribile turbamento si può trovare un legame con il nostro impeto vitale.

Il dolore può riuscire a farci scoprire quanta forza, sconosciuta anche a se stessi, vi sia dentro di noi.
Ed anche se le ferite inflitte da profondi dolori saranno sempre presenti ogni attimo della nostra vita, nel momento stesso in cui cessiamo di annientare tutte le nostre risorse per rifiutare noi stessi, può aver inizio la rinascita.

E allora comprendiamo che il dolore fa parte dell’esistenza, ne dobbiamo riscoprire il senso di quel dolore che interpella l’uomo sul senso dell’esistenza, ricercando quelle modalità affinché esso possa essere guardato e accolto nella nostra vita come occasione di accesso ad una riflessione più autentica su noi stessi e sulla nostra stessa esistenza.

Allora, è importante mettere energie nel cercare di tenere aperto lo sguardo su tutto quel c’è.

Guardare tutte le sfumature che compongono il nostro bicchiere, giorno per giorno. 

Perché oggi non è ieri, e domani sarà altro ancora. 

Il prevalente prevale, ma non deve distrarci dal tutto.

Quando allarghiamo lo sguardo e cominciamo a raccontarci quel che c’è, sto meglio, mantengo un equilibrio migliore che si fa circolo virtuoso e cambia lo sguardo sulla nostra vita. 

Allora mi racconto che sono, allo stesso tempo, un po’ triste, un po’ ferita, un po’ stanca, un po’ felice, un po’ leggera, un po’ pesante, un po’ grata, un po’ arrabbiata … un po’ io….

Tutto sta e compone la forma cangiante della vita.

Della mia, sicuramente.

Copyright © Lavinia La Torre

Il tempo sembra fermarsi. #covid19

Il tempo sembra fermarsi.

Bologna deserta durante il corona virus – Covid19 (Foto Schicchi – Resto del Carlino Bologna)

Eppure scorre.

L’unica cosa è il modo in cui lo percepiamo, perché una cosa è certa, le lancette dell’orologio seguono il loro ritmo.

Sempre identico, sempre impeccabile. Siamo noi invece che ci troviamo a vivere i giorni come fossimo sospesi, in attesa. Sentendoci immobili, inadatti, incapaci di essere quello che eravamo fino a pochi giorni fa, ci sentiamo quasi inutili ….

Siamo in quell’attesa che ci mette nella condizione di guardare al domani spesi col timore di comprendere che cosa ne sarà realmente di noi, dei nostri cari, del nostro lavoro e delle nostre amate abitudini.

Curiosi ed impauriti cerchiamo notizie su questo Covid19. Un virus subdolo, che ancora non ha un vaccino efficace, un farmaco utile a stroncarlo. 

Immagine Simbolo Medici e Infermieri Covid19

Aspettiamo di ripartire. Di poter avere il via per ricominciare da dove siamo stati violentemente interrotti.

Dettagli, giornate banalmente scandite da ritualità semplici che oggi sembrano invece ricordarci quanto siamo fortunati a poterci trovare con i nostri affetti, ad essere liberi di uscire e rompere la routine domestica, quanto siamo ricchi nel poter scegliere tra gli scaffali stracolmi la pasta al grano piuttosto che al mais perché più digeribile….

Lo sport, il teatro, i concerti…. I viaggi last minute e le gite fuori porta.

Il mondo da esplorare, le citta da scoprire, i sapori da condividere….

Tutto è sospeso.

E soprattutto tutto ci mette davanti alla necessità di aspettare.

Non siamo certo la generazione capace di aspettare!

Siamo abituati al tutto e subito. Ad essere voraci di tutto, senza assaporarci davvero e fino in fondo nulla….

E ora ci troviamo davanti all’esigenza di imparare a tollerare il dover rallentare.

Tutti hanno parlato e insistono con il termine “fermarsi”. “Ci dobbiamo fermare”.

E poi… Chi mi conosce sa l’importanza che do alle parole, ai silenzi, ai toni…

E quindi mi dico…  Io non credo si tratti di doversi fermare, credo semplicemente che c’è l’esigenza dover trasformare il modo in cui viviamo nel tempo.

Rallentare. Modificare. Aggiungere. Togliere. Ritmare. 

La mia insegnante di pianoforte, quando ero bambina, mi diceva sempre che prima ancora di far danzare le mie dita sui tasti bianchi e neri del pianoforte dovevo imparare a Solfeggiare…. 

Scandire i ritmi, scandire, seguire, rispettare.

E le nostre giornate dovranno essere così solfeggiate, a ritmo di una nuova musica che dovremo imparare a leggere e perché no anche a danzare….

Le nostre giornate non saranno accelerate, stracolme di stimoli tanto rapidi quanto spesso soffocanti, ma saranno tanto vive quanto saremo capaci di guardare al nostro spazio con una curiosità nuova, diversa capace di permetterci un ascolto più profondo e regalarci quelle attenzioni che spesso nel ritmo frenetico si erano perdute.

Ripartiamo dal prenderci cura di noi stessi e di coloro a cui vogliamo bene.

Si, anche nella distanza è possibile.

Biscotti Fatti in Casa

Restiamo ad ascoltare il silenzio, possiamo comprendere quello che Kafka nei suoi Aforismi di Zurau voleva trasmetterci “Non è necessario che tu esca di casa. Rimani al tuo tavolo e ascolta. Non ascoltare neppure, aspetta soltanto. Non aspettare neppure, resta in perfetto silenzio e solitudine. Il mondo ti si offrirà per essere smascherato, non ne può fare a meno, estasiato”.

Il tempo di questa emergenza così drammaticamente unica può essere vissuto anche come un’occasione una lente di ingrandimento per guardarsi e guardare le persone che abbiamo accanto. Forse ci appariranno verità che non ci aspettavamo di trovare. 

Porto sempre con me questo tratto del libro “Kafka sulla spiaggia” di Haruki Murakami.

In questi ultimi anni della mia vita mi ha accompagnato in momenti molto dolorosi, lo conoscerete, ma ve lo rinnovo: “Poi, quando la tempesta sarà finita, probabilmente non saprai neanche tu come hai fatto ad attraversarla e a uscirne vivo. Anzi, non sarai neanche sicuro se sia finita per davvero. Ma su un punto non c’è dubbio. Ed è che tu, uscito da quel vento, non sarai lo stesso che vi era entrato.” E credo sarà così anche per questa esperienza che stiamo attraversando tutti.

Usciremo da questa situazione e ci accorgeremo di essere cambiati.

Diversi, cresciuti, rinforzati tanto quanto fragili e sensibili davanti a sé stessi e agli altri.

….. Veri…..

Vita…

Copyright © Lavinia La Torre

La leggerezza

“La leggerezza non è parente della superficialità,  a differenza di quanto sostengono i superficiali che scambiano la pesantezza per profondità di pensiero…”
(Massimo Gramellini)