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Alzheimer: donne caregiver

Donne le caregiver per eccellenza nella malattia di Alzheimer.

In più di 8 casi su 10 (85%) sono infatti loro a occuparsi del familiare che soffre, maschio o femmina che sia. Perché in Italia quando la malattia colpisce gli uomini sono per lo più le mogli ad assisterli (nel 54,3% dei casi), mentre quando affligge le donne, la figlia si prende cura della madre (60,3%). Un onere tale da portare il 32% delle famiglie, praticamente un terzo, a rivolgersi ad una badante. Ancora una volta donna. Sono alcuni dei dati emersi da un’indagine condotta dall’Osservatorio nazionale sulla salute della donna (Onda), in collaborazione con l’Irccs Centro San Giovanni di Dio Fatebenefratelli di Brescia, il Pio Albergo Trivulzio di Milano e l’università Bocconi del capoluogo lombardo.

Secondo l’indagine – riferisce Giuliana Baldassare della Scuola direzione aziendale Bocconi – nel 26% dei casi i caregiver sono costretti a farsi aiutare nelle attività domestiche", e quasi un terzo assume appunto una badante. Non vanno poi dimenticati i costi dei farmaci, delle visite specialistiche, degli ausili medici e di sicurezza, che stime nazionali calcolano intorno ai 10 mila euro l’anno. A tutto questo, infine, si sommano costi indiretti anche più elevati. "Il 67% dei pazienti viene assistito da familiari, dal coniuge o dai figli. Nell’85% dei casi si tratta di donne", che per la maggior parte si trova ancora in età lavorativa e, "quasi sempre per motivi economici, non riduce l’orario di lavoro".

Per assistere i malati, emerge ancora dalla ricerca, il 78% dei caregiver sacrifica il proprio tempo libero, il 37% rinuncia alle ferie e il 63% le fa a periodi alternati o con il malato sempre accanto. Risultato: nel 73% dei casi l’assistenza compromette l’equilibro emotivo e la salute del caregiver, arrivando ad ‘azzerare’ le relazioni familiari e sociali. Completa il quadro l’alta incidenza di ansia, insonnia e difficoltà relazionali tra questi ‘angeli custodi’ dei malati, specie fra le donne. Un’emergenza in rosa che gli ospedali affrontano con approcci diversi. Mentre il Pio Alberto Trivulzio si concentra sul paziente inserito nelle Unità di valutazione Alzheimer (Uva), il Centro San Giovanni di Dio Fatebenefratelli di Brescia si rivolge anche al caregiver. Sotto il profilo terapeutico l’assistenza offerta dai due centri si equivale, rileva Onda, ma il modello bresciano può risultare vincente anche dal punto di vista sotto economico: in Gran Bretagna si calcolano risparmi di milioni di euro per il Ssn e i malati. Oltre che sul fronte terapeutico, la lotta all’Alzheimer si gioca poi sul terreno della diagnosi precoce. "Il 40% delle donne anziane soffre di disturbi della memoria – conclude Carlo Vergani, direttore della cattedra di gerontologia e geriatria alla Statale di Milano – Test come il Mini mental status examination (Mmse), e altre analisi come Tac e risonanze magnetiche, contribuiscono a individuare se si tratta di ‘smemoratezza’ benigna o Alzheimer".

Fonte:ItalianGlobalNation