Almeno un malato di cancro su tre ha bisogno di un sostegno psicologico.

Sempre più pazienti neoplastici richiedono questo supporto, ma ancora troppo pochi lo ottengono.

In Italia la situazione è migliorata rispetto ad alcuni anni fa, ma è ancora evidente una marcata disomogeneità dei servizi di psiconcologia sul territorio nazionale.

La maggior parte dei 300 servizi presenti nel nostro Paese, infatti, è nel Nord Italia (il 56 %). A scattare la fotografia di questa situazione è l’ultimo Rapporto sulla condizione assistenziale dei malati oncologici, presentato nei giorni scorsi dalla Federazione Italiana delle Associazioni di Volontariato in Oncologia (Favo), che contiene il resoconto del più recente censimento della Società italiana di psiconcologia (Sipo).

Secondo il Rapporto, circa la metà dei servizi di psiconcologia risulta attiva in strutture non pubbliche e nella stragrande maggioranza dei casi (71,3 %) non si tratta di unità dedicate, che assicurino una continuità assistenziale, ma il lavoro viene svolto da gruppi o da singole figure professionali all’interno di reparti di oncologia medica, ematologia, radioterapia o alle dipendenze di direzioni sanitarie.

A questi problemi va aggiunta la scarsezza di risorse economiche, la mancanza di spazi adeguati e la precarietà della figura dello psiconcologo , sia in termini di lavoro, precario appunto, sia di profilo professionale. «Di fatto, rispetto al primo censimento effettuato nel 2005 in Italia da Sipo e Favo, in collaborazione con l’Istituto Superiore di Sanità, la situazione è in parte migliorata, con un incremento delle attività psiconcologiche e dei relativi servizi. Ma la realtà resta assai difforme e certamente non in linea con gli obiettivi da raggiungere – dice Anna Costantini, presidente Sipo e responsabile del servizio di Psiconcologia dell’Ospedale Sant’Andrea-Sapienza-Università di Roma -.

In particolare, dalle ultime rilevazioni è emerso che ben il 62 % del personale che opera in psiconcologia è precario; che un terzo degli operatori è costituito da specializzandi in tirocinio e frequentatori volontari, mentre un ulteriore terzo è formato da personale a contratto (con borse di studio o contratti a progetto specifico).

Nella maggior parte dei casi (57%) questo tipo di assistenza al malato ricade su una singola figura professionale, piuttosto che fare capo a un’équipe di lavoro».