Una società competitiva come la nostra, caratterizzata da una crescita continua e inarrestabile, accresce il livello di difficoltà di adeguamento del numero di ragazzi portatori di disagi esistenziali, generatori di comportamenti antisociali e, in alcuni casi, anche afflitti da problemi mentali. Nei confronti di queste persone vi sono ancora molti pregiudizi, per cui la tendenza della società è spesso più di isolamento che di integrazione. Possiamo parlare di loro come di “ragazzi difficili” focalizzando come pertinente ciò che precede l’individuazione delle differenze sul piano del loro comportamento: la percezione di una difficoltà, di una dissonanza rispetto all’immagine-norma. Non dobbiamo dimenticare che si tratta di ragazzi i cui comportamenti vengono percepiti come dissonanti rispetto a certi modelli condivisi di competenza sociale che marcano la diversità di chi li compie rispetto agli altri. La soglia di accettabilità sociale di tale diversità è rappresentata da parametri instabili (in quanto dinamici e dunque modificabili nel tempo) e culturali all’interno di un sapere condiviso, assunti condivisi per i quali questi ragazzi, accomunati da una strutturazione debole o disadattiva di una visione del mondo e di sé nel mondo con gli altri, una difficoltà a riconoscersi come “soggetti”, vengono considerati “a rischio”, “disadattati” e “delinquenti”.  La componente costitutiva di ogni esperienza educativa è rappresentata dalla “soglia di problematicità”: le condizioni che determinano il superamento di tale soglia, come gli schemi di relazione col mondo e con gli altri profondamente disfunzionali, provocando difficoltà, rendono necessario il costituirsi di uno specifico ambito di riflessione pedagogica e, di conseguenza, la ricerca di appropriate strategie d’intervento. Chi sono dunque i destinatari di questi interventi (ri)educativi?

  • Ragazzi a rischio: minorenni che vivono in situazioni caratterizzate da carenze sia di ordine materiale (povertà, insicurezza economica) che relazionale (basti pensare alle forme di rifiuto e abbandono messe in atto, più o meno consapevolmente, dai genitori). In quest’ottica l’intervento acquista un valore preventivo: vi è la percezione sociale del rischio, la percezione della costruzione di una realtà a rischio. L’educatore deve intervenire sulle disfunzioni materiali, affettive e relazionali del presente per rendere improbabile uno sviluppo deviante e un disagio sociale nel futuro.
  • Ragazzi disadattati: oltre ai problemi di ordine materiale e relazionale questi ragazzi, di fronte a situazioni percepite come dolorose o a condizioni di vita inadeguate dal punto di vista educativo, assumono atteggiamenti svalutativi o oppositivi (sono continuamente ossessionati dall’idea del fallimento) o mettono in atto comportamenti irregolari (fuga da casa o abbandono della scuola). Anche in questo caso vi è una difficoltà a riconoscersi come soggetto, difficoltà riconducibile a carenze di ordine educativo.
  • Ragazzi delinquenti: si tratta di minorenni che hanno infranto la legge e che dunque hanno a che fare con la giustizia. È chiaro come ciò venga considerato un’esperienza degradante, entro cui la messa in atto di comportamenti palesemente antisociali, non fa altro che rimarcare la percezione di una difficoltà sempre maggiore in quel processo di costruzione del sé come soggetto. Nella maggior parte dei casi, si tratta di ragazzi coinvolti in attività che fanno capo a forme di criminalità organizzata, gruppi che si vanno a collocare in netta opposizione alla società civile ed entro cui “un’attività illegale acquista una sorta di legittimazione”. In questo caso la difficoltà di questi ragazzi si colloca nel contrasto tra la loro visione del mondo e quella che la delegittima sulla base di assunti condivisi.

L’esigenza di spiegare il fenomeno della devianza si è sviluppata, inizialmente, all’interno di una visione eziologica-deterministica, la cui ricerca era finalizzata all’individuazione di cause generalizzabili del fenomeno deviante. A seconda dei punti di vista disciplinari, si cercò un nesso causale tra fattori biologici, tratti di personalità, fatti sociali oggettivi e i comportamenti antisociali; tuttavia la validità esplicativa di tali teorie risulta particolarmente debole dal momento che non è stato riscontrato alcun legame lineare e causale. È chiaro come il paradigma causale non faccia altro che rimarcare il ruolo passivo del soggetto all’interno del sistema, impedendo di cogliere qualsiasi possibilità di cambiamento del soggetto stesso e focalizzando come pertinente il comportamento manifestato. Ma se è il ragazzo ad attribuire un significato proprio alla sua condizione, ciò vuol dire riformulare un nuovo paradigma che questa volta riconosca la centralità, il ruolo attivo del soggetto nella costruzione del proprio discorso sul mondo. Con il paradigma fenomenologico si individua il comportamento deviante come la parte di un tutto complesso ed individuale: il soggetto. Dal tutto si può comprendere la parte: il “ragazzo difficile”, nella sua globalità di persona, fornisce gli indizi per cogliere i significati del suo comportamento, cioè il senso soggettivo. Se invece ci soffermiamo alla semplice descrizione del comportamento del soggetto deviante, si rischia di costruire un senso oggettivo non adeguato a quello soggettivo. Ciò si traduce nell’impossibilità di proporre interpretazioni orientate direttamente all’attore sociale e dunque di sviluppare un intervento rieducativo che abbia incidenza sul ragazzo. A questo punto, se ciò che risulta pertinente sono le motivazioni che hanno indotto il ragazzo a comportarsi in un determinato modo, allora un simile approccio rinvia al problema del costituirsi della soggettività e della costruzione soggettiva della realtà, tema sviluppato all’interno del paradigma fenomenologico secondo il quale la caratteristica essenziale dell’individuo, in quanto soggetto vivente, è l’attività intenzionale e soggettiva della coscienza individuale: i soggetti assegnano un significato ai vari eventi della vita quotidiana e, in base a questi, costruiscono la loro personale visione del mondo.

Per poter analizzare e comprendere le storie dei ragazzi difficili occorre ricostruire la storia attraverso cui sono giunti alla costruzione di sé come soggetto. Si avverte l’esigenza di formulare un nuovo paradigma che questa volta riconosca la centralità e il ruolo attivo del soggetto nella costruzione di una visione del mondo oggettiva, cioè identica per tutti. Ciò vuol dire focalizzare come pertinente non tanto il comportamento manifestato e dunque la semplice descrizione del comportamento antisociale come determinato da configurazioni di cause, ma spostare l’interesse verso l’interpretazione di quest’ultimo come un insieme di interpretazioni simboliche che si stabiliscono tra i diversi attori sociali: significa indirizzare la riflessione verso la ricerca del contributo soggettivo nella costruzione della devianza, ovvero l’insieme dei processi e delle elaborazioni cognitive in base alle quali il soggetto, costruendosi una certa immagine del mondo, interpreta la realtà e agisce, di conseguenza, in essa. Vi è dunque la mediazione tra condizioni di vita oggettivamente descrivibili ed elaborazioni cognitive di queste. Non sono le condizioni di vita difficili, le relazioni sociali distorte o le carenze di ordine materiale e relazionale a produrre disagio, disadattamento o comportamenti antisociali, ma la rielaborazione e l’interpretazione delle stesse compiute dal singolo. Risulta importante il ruolo dell’attività intenzionale e soggettiva della coscienza individuale, ovvero il mondo in cui l’individuo stesso attribuisce senso alla realtà che lo circonda e costruisce la propria personale visione del mondo.

Lo sviluppo di ogni individuo dipende, sì dalle situazioni a lui esterne e dal loro “condizionamento” (la storia individuale comincia sempre all’interno di un sapere condiviso, di un universo già circoscritto), ma soprattutto dal lavoro intenzionale della coscienza senza la quale non potremmo dotare il mondo di senso proprio. Il fenomeno del disadattamento, in tal senso, può essere definito come il prodotto di un alterato o mancato funzionamento della coscienza intenzionale e per questo ricondotto a dei limiti nel suo sviluppo. In base ad alcuni studi sono state individuate due diverse articolazioni di questi: l’assenza di intenzionalità e la distorsione dell’intenzionalità.

Assenza di intenzionalità: si riferisce all’incapacità del soggetto di riconoscere l’intima struttura relazionale della realtà, ovvero vi è la presenza eccessiva, se non addirittura esclusiva, dell’ “oggetto” nella visione del mondo dell’attore sociale. Ciò si traduce nell’incapacità del ragazzo di cogliere il suo contributo soggettivo nella determinazione della realtà e dunque ritiene di non potervi in alcun modo intervenire in maniera significativa: non riesce a sentirsi attivamente implicato nella costruzione della propria esperienza. In definitiva, si sente un “nulla” di fronte questa realtà. Di fronte a questo eccesso di mondo, è possibile riscontrare diversi atteggiamenti:
– ricerca esclusiva della soddisfazione immediata: dal momento che il soggetto non riconosce il suo ruolo nel sistema, percepisce il sé come luogo di assorbimento passivo di quanto quel mondo propone. Non posso cambiare il mondo ma posso servirmene e sfruttarlo a mio piacimento; in quest’ottica la soddisfazione si traduce in una totale adeguazione di sé al mondo. Ma si tratta certamente di una soddisfazione illusoria in quanto dal momento che il soggetto deviante, incapace di considerarsi produttore di un progetto e attore della sua realizzazione, non è in grado di regolare il suo comportamento in funzione di un fine da raggiungere. Anche gli altri sono realtà a lui esterne, pronte per essere sfruttate;
– fuga da sé: comportamento riconducibile ad un arresto nello sviluppo della coscienza. Il ragazzo mantiene ed elabora una sostanziale sfiducia in se stesso, una non accettazione di sé e dei propri limiti; anche in questo rasovi è la difficoltà di riconoscersi soggetto attivo nel mondo. Questo senso del limite, la consapevolezza di essere in un certo senso legato al mondo e agli altri, non è in sé una visione deformata dell’esistere, ma lo diventa nel momento in cui viene assolutizzata, cioè quando questa consapevolezza dei vincoli del reale non è bilanciata dalla contemporanea consapevolezza di poter modificare e trascendere quello scenario intersoggettivo in cui si staglia la personale visione del mondo dell’attore sociale. Ciò si traduce in una devastante svalutazione di sé: infatti, se da una parte il ragazzo cerca di ribellarsi alla sua condizione, al proprio essere, vissuto come dato immodificabile, dall’altra si sviluppa quel senso di alienazione e di sparizione dal mondo. A questi atteggiamenti possono essere ricondotti fenomeni di dipendenza da sostanze o persone cui viene delegata l’attribuzione di un senso alla propria esistenza.
– svalorizzazione consapevole di sé: fondamentalmente si tratta di un ripiegamento in se stessi, poiché consapevoli della propria incapacità di vivere in modo autentico. Rispetto alle altre due classi comportamentali, il soggetto è in grado comprendere se stesso, cogliendo la propria insufficienza; tuttavia non riesce a proiettarsi in un futuro valido per lui e per gli altri. In quest’ottica, il ragazzo con carica vitale tenderà a precipitarsi nella vita, impegnandosi in attività che in un certo senso attutiscono quel senso di nullità dal quale si sente continuamente “soffocato”; il ragazzo senza carica vitale, invece, tenderà ad autoannullarsi fino a commettere gesti estremi come il suicidio. Inoltre questi ragazzi tendono, generalmente, ad unirsi ad altri mettendosi a loro completa disposizione; è anche vero che questi “altri” sono ragazzi che hanno sviluppato anch’essi forme di disadattamento. Gli esiti di questi gruppi non possono essere se non di antisocialità.
Distorsione dell’intenzionalità: in questo caso non si tratta più di un eccesso di mondo, ma di un eccesso dell’ io. Non è più la presenza dell’oggetto ad essere eccessiva ed esclusiva, ma la capacità del soggetto di rapportarsi al mondo andandolo addirittura a considerare come una sorta di oggetto-preda. Anche l’altro non esiste più: è oggetto e universo da inglobare nella sua soggettività assolutizzata; non vi sono vincoli del reale, limiti e dunque il soggetto ritiene di poter disporre e fare di tutto. Di fronte a questo eccesso dell’io, i ragazzi producono comportamenti centrati in particolar modo su manifestazioni di disobbedienza fino alla ribellione e alla violenza. Tutto ciò si traduce in un’incapacità di comunicare con altri soggetti dotati di coscienza intenzionale, produttori di esperienza significative.