Le società oggi si caratterizzano per spazi e tempi che hanno generato un processo di globalizzazione, (economica, culturale, ecc) che, con i suoi punti forti, ma soprattutto con i suoi punti deboli, ha portato all’ambivalenza del mondo e all’impossibilità di poter ricondurre le azioni e gli atteggiamenti degli uomini e delle donne a modelli precostituiti ed a valori comuni e condivisi; alla caduta dei miti (ragione e scienza intesi come beni supremi, scienza e tecnica come presupposto di progresso), che ha generato la perdita dell’orientamento e della guida di un modello culturale e valoriale forte (sono incerti il concetto di bene e di male, quello che è il vero e il non vero); a flussi migratori che hanno determinato realtà sociali con al proprio interno una notevole diversità di soggetti caratterizzati da differenze di varia natura come quelle ideologica, religiosa, etnica.

Differenze, queste ultime, che insieme a quelle di genere (legate alla specificità uomo-donna), individuali (biologiche, psicologiche, di relazione, di deficit o di iperdotazione) e sociali, (legate a situazioni di precarietà economica e di sottosviluppo) consegnano società, che fanno fatica ad offrire a tutti gli uomini un eguale godimento dei diritti, un’identità stabile e la possibilità di un pieno sviluppo della personalità e del pensiero. Il disagio sembra colpire tutti i soggetti presentandosi come un diffuso sentimento di malessere esistenziale e sociale.

Disagio che gli adulti (genitori, educatori, insegnanti) manifestano a livello personale, con azioni cariche di incertezze, paura, sensi di colpa e insicurezza nella scelta dei valori e degli atteggiamenti da assumere, a livello di vita collettiva, con la mancanza d’accordo sulle norme fondamentali e sulla gerarchia di beni che sia da tutti condivisa (tolleranza, solidarietà etc). Sono adulti questi che, formati per un mondo che era stato prospettato loro in un modo, si sono trovati a doverne affrontare un altro che non solo non riconoscono, perdendone conseguentemente controllo e padronanza, ma a cui spesso reagiscono in modo irrazionale.

Disagio che i bambini, i fanciulli e gli adolescenti manifestano a livello personale, aggredendo se stessi (ansia, depressione, anoressia, bulimia, suicidi), a livello di vita collettiva, o aggredendo gli altri (omicidi, bullismo, violenza) o legandosi più all’apparire che all’essere delle persone (alimentazione, moda, tempo libero).

Ogni violenza è un abuso, qualsiasi siano le ragioni dell’azione, ma i motivi per cui si aggredisce sono di varia natura e cioè:

  • per sadismo: voler far soffrire la vittima;
  • per rabbia: non saper controllare l’impulso;
  • per potere: per necessità di sopraffazione.

L’ Aggressore, può essere un adulto che agisce contro un adulto, un adulto che agisce contro un bambino, ma anche un bambino contro un altro bambino, o un bambino contro un adulto.

Per quanto riguarda la violenza di un adulto verso un minore attraverso un’analisi condotta da R.S Kempe e C.H Kempe questa si può cosi suddividere:

  • abuso fisico quale aggressione volontaria (Maltrattamento);
  • trascuratezza fisica causata dalla mancanza di cure materne;
  • trascuratezza affettiva causata quando il bambino viene emotivamente abbandonato a se stesso;
  • abuso psicologico che può essere inteso quale totale negazione del ruolo del bambino sino a raggiungere il suo sfruttamento morale e fisico (Maltrattamento);
  • abuso sessuale che interviene quando vi è un coinvolgimento del minore in pratiche sessuali da parte di individui legati da vincoli di parentela o conoscenza, da parte di estranei (pedofilia), nella prostituzione,nella produzione di materiale pornografico etc.;
  • patologie delle Cure: discuria, incuria, sindrome di Munchausen;
  • abbandono;
  • infanticidio;
  • sfruttamento criminale; (ecc.).

Per quanto riguarda la violenza dei minori verso se stessi e verso gli altri il fenomeno, conosciuto con il termine di bullismo, si presenta oggi più che mai come un fenomeno inquietante. Per comprenderlo e per comprendere ciò che ha scatenato i comportamenti devianti, al fine di poter pensare ad alcune strategie educative di contrasto è necessario prima di tutto conoscere i protagonisti di tale fenomeno, le loro caratteristiche psicologiche, i loro bisogni evolutivi ed educativi.

In ambito psico e sociopedagogico il termine disagio giovanile definisce lo stato di difficoltà e/o di sofferenza in cui si trova una persona sia con riferimento al proprio stato interiore sia e soprattutto con riferimento alle sue relazioni sociali. Tale persona in genere si sente privata dei suoi bisogni e quindi delle motivazioni che devono spingerlo a comportarsi in un modo invece che in un altro.

I bisogni si dispongono secondo una scala di urgenza che va dai bisogni fondamentali di sopravvivenza ai bisogni più elevati di autorealizzazione. Oggi si conosce, grazie all’indagine di natura sociologica, quanta importanza ricopre il soddisfare i bisogni materiali di natura sociale ed economica; quanta quelli istituzionali che riguardano interventi della sanità, istruzione, tempo libero, spazi ma anche, e soprattutto, quanta quelli relazionali che necessitano di rapporti interpersonali, affettivi etc. Non soddisfare uno solo di tali bisogni significa, determinare un sentimento di malessere. Sentimento che, colto al suo insorgere, può assumere una valenza positiva se permette di percepire le situazioni, sentire gli ambienti e quindi trovare risposte adeguate e rispettose anche dell’altro; negativa quando, non generando soluzioni e non aiutando a risolvere il problema, determina vari tipi di reazioni.

Potremmo quindi definire il disagio come un sentimento di malessere di fronte o dentro ad un ambiente in cui ci si sente inadeguati. Un malessere negativo quando non genera soluzioni e non porta ad operare delle scelte. E’ tale disagio che, collegato quasi sempre con la paura, genera comportamenti pericolosi per sé e gli altri e lo si può sicuramente leggere come l’esito, soggettivamente avvertito, dello scarto tra l’eccesso di risorse, di sollecitazioni culturali e le effettive possibilità di utilizzarle, di farvi fronte operando delle scelte. Lo si può anche considerare come l’espressione della fatica di reggere il gioco della flessibilità dei percorsi, delle scelte e degli atteggiamenti che un contesto sociale sempre più differenziato e composito sembra richiedere. Così facendo l’identità individuale, priva di riferimenti stabili, costretta a misurarsi con diversi e talora divergenti ambiti culturali, può assumere i tratti della fragilità, dell’insicurezza, dell’ambivalenza. Non a caso l’identità negativa di cui parla Erikson è il risultato dei bisogni e delle aspettative deluse, della fiducia non data, della creatività smorzata. Ed è proprio la frizione tra identità personale e aspettative sociali imposte che può essere letta oggi come la causa di un nuovo disagio minorile che insieme alle tradizionali tipologie di devianza ha prodotto quella che oggi viene rappresentata con la dizione di malessere del benessere.

Con questa tipologia oggi si intende far riferimento ai comportamenti devianti che molti soggetti preadolescenti e adolescenti pur appartenendo a contesti di estrazione sociale media o alta presentano e che appaiono pertanto privi motivazioni adeguate.

Tale tipologia oggi si va ad aggiungere alle altre così definite:

  • Devianza diffusa che viene vista sociologicamente come leggera e che si caratterizza per l’opposizione che preadolescenti e adolescenti, anche quelli considerati i migliori, realizzano nei confronti degli adulti, (anche quelli fino a quel momento considerati da loro significativi), tenendo condotte dissociali come violenze nell’ambito famigliare contro i genitori e i fratelli, nella scuola contro i professori, e la contestazione rivolta verso la scuola oltre atteggiamenti distruttivi contro i luoghi pubblici (BABY-GANG).
  • Illegalità nei territori ad alta densità criminale che rappresenta la devianza che si manifesta in taluni quartieri o periferie di grandi città, o in zone di subcultura criminale o a forte presenza di associazioni di tipo mafioso e che , per quanto le situazioni di devianza siano eterogenee, ci consegna ragazzi che hanno in comune tra loro l’esclusione dai benefici della cittadinanza sociale, la deprivazione pedagogica , il non acquisire le regole della di vita societaria o l’essere sollecitati a trasgredirle o disprezzarle, l’affermare una propria identità marginale proprio attraverso le modalità di trasgressione.
  • Delinquenza degli zingari che è una tipologia di devianza che non può essere trascurata ed è quella che vede gli zingari usare i minori per furto, spaccio di droga, lavaggio vetri, vendita dei fiori, mafia etc.

Il bullismo- Bullyng è un termine utilizzato per designare un insieme di comportamenti in cui ripetutamente qualcuno fa e dice cose per avere potere su un’altra persona o dominarla.

Il termine bullyng include sia i comportamenti del persecutore che quelli della vittima ponendo al centro dell’attenzione la relazione nel suo insieme. Spesso non gli si dà molta importanza perché lo si confonde con il normale conflitto tra coetanei, mentre il termine bullyng è caratterizzato da alcuni fattori:

  • Intenzione di fare del male e mancanza di compassione: il persecutore trova piacere nell’insultare, nel picchiare, nel cercare di dominare la vittimae continua anche quando è molto evidente che la vittima stà molto male ed è angosciata;
  • Intensità e durata-drammatica routine: il bullyng continua per un lungo periodo di tempo e la quantità di prepotenze fa diminuire la stima di sé da parte della vittima;
  • Potere del bullo: Il bullo ha maggiore potere della vittima a causa dell’età, della forza, della grandezza o del genere;
  • Vulnerabilità della vittima: la vittima è più sensibile degli altri coetanei alle prese in giro, non sa o non può difendersi adeguatamente ed ha delle caratteristiche fisiche o psicologiche che la rendono più incline alla vittimizzazione;
  • Mancanza di sostegno: la vittima si sente isolata ed esposta , spesso ha molta paura di riferire gli episodi di bullismo perché teme rappresaglie e vendette;
  • Conseguenze: il danno per l’autostima della vittima si mantiene nel tempo ed induce la persona ad un considerevole disinvestimento dalla scuola oppure alcune vittime diventano a loro volta aggressori.

Se questi possono essere alcuni dei fattori che caratterizzano il Bullyng diverse possono essere le Forme di Bullyng, cioè le condotte che il bullo aggressore può condurre nei confronti della vittima.

Bullyng Diretto (attacchi relativamente aperti nei confronti della vittima)

  • Fisico (pugni e calci, sottrarre o rovinare oggetti di proprietà, ecc.)
  • Verbale (deridere, insultare, sottolineare aspetti raziali)

Bullyng Indiretto

  • Isolamento sociale e intenzionale esclusione dal gruppo
  • Diffondere pettegolezzi o storie offensive, escludere dai gruppi.

Il Bullyng è più diffuso nelle scuole elementari e nei primi anni delle scuole medie; pertanto quando si manifesta anche nell’adolescenza, i bulli persistenti sono a rischio di problematiche antisociali e di devianza patologica e si configurano pertanto sempre più chiaramente come soggetti caratterizzati da aggressività e scarsa empatia, da una buona opinione di sé e da un atteggiamento positivo verso la violenza.

Le vittime rischiano quadri patologici con sintomatologie di tipo depressivo e tendono sia a chiudersi in atteggiamenti ansiosi e insicuri, sia a produrre un’immagine negativa di sé, in quanto si percepiscono persone di poco valore. Se ciò è un fatto innegabile, Olweus però fa una distinzione tra vittime passive e vittime provocatrici. Queste ultime si caratterizzano per la combinazione di due modelli reattivi, quello ansioso proprio della vittima passiva e quello aggressivo proprio del bullo: possono avere comportamenti iper-reattivi con instabilità emotiva e irritabilità e dunque una condotta ostile ma inefficace. Proprio la capacità di agire un comportamento aggressivo bene organizzato e funzionale ad acquisire l’obiettivo designato (mortificare l’altro, conquistare una posizione di supremazia, ottenere beni materiali) costituisce lo spartiacque che differenzia le vittime provocatrici dai bulli.

ll bullismo, può essere concepito come una nicchia ecologica, delineata in primo luogo dalla drammatica complementarità del bullo e della vittima. Non si tratta tuttavia di una cellula isolata, dato che risulta bene inserita e trova un terreno di sviluppo e sostegno nel contesto più ampio del gruppo dei coetanei, in modo particolare della classe. Il bullo infatti non agisce isolato ma nella maggior parte dei casi può contare sulla cooperazione di altri compagni o su individui che non intervengono, che incitano e sostengono emotivamente il bullo o che approvano con la propria indifferenza tacitamente.

L’analisi degli atteggiamenti dei membri del gruppo nei confronti del prepotente e della vittima aggiunge un altro elemento a sostegno dell’idea che il bullismo non è un fenomeno estraneo alla cultura dell’infanzia e dell’adolescenza. I compagni, nella quasi totalità dei casi, esprimono nei confronti della vittima antipatia e rifiuto, mentre l’atteggiamento verso il bullo varia in rapporto a circostanze diverse, inerenti a fattori individuali e contestuali. In ogni caso, anche se nel corso dell’età il bullo appare progressivamente sempre più rifiutato da buona parte dei coetanei, ciò non significa affatto che non susciti in altri simpatia e ammirazione. Il punto fondamentale è che l’elemento caratterizzante la rete dei rapporti dei bulli è l’avere come amici compagni prepotenti e non vittimizzati. Un fatto questo che verifica la possibilità del bullo di contare sull’aiuto, il sostegno e quindi anche sulla comprensione di altri membri della classe. L’azione del gruppo dei coetanei nel sostenere il fenomeno del bullismo assume anche forme più indirette, come quelle che si esprimono nel gioco sottile delle aspettative e della condivisione di modelli di comportamenti attesi, interagendo dinamicamente con il progressivo configurarsi dei ruoli del bullo e della vittima. Tale gioco, una volta attivato, contribuisce all’etichettamento di certi bambini come bulli e di altri come vittime e, per questa via, da un lato crea i contesti sociali atti alla loro perpetuazione, dall’altro fa interiorizzare a bulli e vittime modalità di azione conformi al proprio ruolo.

Vi sono diverse possibilità di intervento sul bullismo che vedono in primo piano un impegno  della scuola in una articolazione di azioni che vanno però dal piano istituzionale a quello individuale. E’ necessario che l’intervento venga effettuato secondo una prospettiva sistemica. Intervento sistemico richiede la partecipazione di più attori (alunno, classe, genitore, insegnanti, scuola, territorio) e su più contesti oltre l’utilizzo di diverse tecniche come:

  • incontri di classe per discutere difficoltà o problemi personali vissuti;
  • incontri tra insegnanti, genitori e alunni;
  • colloqui approfonditi con i bulli e con le vittime;
  • colloqui con i genitori degli studenti coinvolti nel problema;
  • incentivazione di forme di aiuto da parte di ragazzi neutrali.

E’ previsto anche l’utilizzo di alcuni ausili quali filmati o opere letterarie che trattano il problema per potenziare la consapevolezza e la comprensione della gravità del fenomeno. Un’attività complementare e che per molti può risultare maggiormente coinvolgente sul piano emotivo è quella costituita dal role playing e da rappresentazioni teatrali. In generale, la drammatizzazione costituisce un efficace tramite per permettere a bambini e ragazzi di sviluppare una maggiore empatia e consapevolezza degli altri, di familiarizzare con situazioni critiche e di appropriarsi di nuovi repertori comportamentali.

Fonte: "Bambini aggressori e bambini aggrediti: quali le vittime? Il bullismo e la prospettiva pedagogica". Calaprice S.