La paura è l’emozione più antica e colpisce, in maniera variabile, ogni essere umano. Le origini di questa emozione vanno ricercate, oltre che negli innatismi, in errori educativi, in generalizzazioni sbagliate e in esperienze disorganizzanti.
L’estensione e la profondità della paura, la necessità di far fronte continuamente ai pericoli ambientali, hanno acuito nell’uomo, grazie allo sviluppo del suo cervello, la straordinaria capacità di analizzare e classificare le paure, per prevederle e neutralizzarle.
Una volta che il sistema di valutazione elabora qual è l’antecedente emozionale che genera la paura, il corpo dell’individuo si prepara ad affrontare le conseguenze. Il passaggio cruciale dalla reazione all’azione, è veicolato dall’esperienza e dalla possibilità di riflettere su di essa, per cambiare le informazioni del pericolo che abbiamo nella nostra memoria. La possibilità di organizzare la nostra risposta emotiva, ci consente di aumentare di molto le nostre capacità di fuga. Ciò significa che impariamo dalle nostre paure, sia a conoscere ciò che temiamo, che a mettere in atto comportamenti di evitamento più flessibili ed efficaci.

La fuga e la lotta si qualificano come due possibilità di azione e di risposta all’evento minaccioso e questo avviene sia nel mondo animale che in quello umano. La scelta fra una delle due modalità dipende dalla nostra capacità di valutare la situazione.

La fuga richiede la simultanea valutazione di due elementi:

  • la capacità di far fronte al pericolo;
  • l’individuazione di una via di fuga.

La lotta richiede la valutazione del rapporto tra possibilità di fuga ed entità della minaccia, rispetto alle proprie risorse e alle proprie aspettative. Le parole “lotta” e “fuga”, possono essere tradotte, rispettivamente, con i termini più quotidiani di “affrontare i problemi” o “evitare i problemi”.

Quando la paura oltrepassa certi limiti funzionali, può creare serie difficoltà alla persona che la vive, non solo nel controllare le proprie reazioni, ma anche nel coordinare percettivamente e mentalmente tutti gli aspetti rilevanti di una data situazione e nel considerare, in un modo che sia vantaggioso e produttivo, le varie alternative possibili.

Nel nostro lessico utilizziamo vari nomi per fare riferimento ad esperienze spaventose: terrore, timore, ansia, panico, trepidazione, spavento, orrore, fobia. La paura è il filo che unisce queste diverse modalità, tuttavia le differenze tra queste emozioni sono significative, come anche il controllo esercitato su di esse. Sicuramente il grado di intensità della paura può essere posto in relazione con il grado di controllabilità della minaccia: quanto più il pericolo è conosciuto e prevedibile, quanto meno intensa sarà l’attivazione emotiva e quindi maggiore sarà il controllo.
La preoccupazione e l’inquietudine sono due esperienze meno estreme della paura, ma molto comuni nella vita di oggi.
La preoccupazione, spesso, pone l’individuo di fronte a dei cambiamenti, perché lo mette nella condizione di riesaminare  ciò che accade e trovare possibili alternative. Per questo possiamo dire che la preoccupazione motiva all’azione ed è generalmente controllabile, perché si conosce la causa diretta del disagio.
L’inquietudine, invece, non è legata direttamente ad un ostacolo ben preciso e conosciuto. Essa genera nell’individuo un sospetto per qualcosa che può minacciare, ma che è ignoto e quindi difficile da circoscrivere e rimuovere.

Alcuni autori considerano le parole ansia e paura come sinonimi, altri, invece, li distinguono nettamente. In effetti questi due stati emotivi rispondono a sistemi differenti, anche se a livello di esperienza l’ansia è molto simile alla paura.
Una prima distinzione tra ansia e paura riguarda la causa: la paura è una emozione più specifica, cioè una risposta puntuale a determinati stimoli esterni o interni, ma comunque reali, verso cui si possono mettere in atto reazioni di fuga o di difesa attiva. L’ansia, invece, è uno stato emotivo diffuso, privo di un obiettivo ben definito e originata da stimoli generalmente neutri.
L’ansia logora l’individuo perché si concentra sul futuro, su ciò che si teme possa accadere, ma non accade in quel momento.
Anche per l’ansia, come per la paura, possiamo dire che fino ad un certo grado, ha una funzione anticipatrice del pericolo, infatti una buona dose di ansia permette di agire e  consente di monitorare e prevedere ragionevolmente il futuro.
In alcuni casi, però, la paura diventa ansia e sconfina nel patologico quando, oltre ad apparire svincolata da circostanze valutabili come pericolose, è così persistente da ostacolare le normali attività del vivere quotidiano.

La paura diventa angoscia, (Freud distingueva tra angoscia reale e angoscia nevrotica). L’angoscia reale è una paura razionale e giustificata dagli eventi, perché si origina dalla percezione di un pericolo esterno. Questo tipo di paura scompare quando scompare il pericolo. L’angoscia nevrotica, invece; è più uno stato soggettivo dovuto a carenze personali, a impulsi o a norme morali da cui originano disagi e permanenti sensi di colpa. Per Freud l’angoscia nevrotica è di due tipi: angoscia d’attesa e fobia. Nella prima si prevede per sé e per i propri cari le soluzioni peggiori.

L’altra forma di angoscia sono le fobie, cioè la paura di uno stimolo o di una situazione specifica che appare sproporzionata rispetto alla minaccia che rappresenta. La vita dei fobici può subire forti limitazioni, come succede ad esempio a chi soffre di agorafobia, cioè la paura degli spazi aperti.

Un’altra patologia della paura, è rappresentata dagli attacchi di panico che sono episodi acuti e drammatici di ansia. A differenza della fobia, però, l’attacco di panico non è collegabile a uno stimolo preciso ed è accompagnato da sintomi quali palpitazioni, senso di soffocamento, nausea, timori di perdere il controllo.

Il disturbo da stress post traumatico si sviluppa, invece, come una reazione a uno o più traumi che la persona vive, senza riuscire a dare loro un significato o averne un ricordo esplicito.

Infine lo stato d’ansia generalizzata, che comporta quasi sempre una cattiva interpretazione con la realtà e restringe il campo di esperienze.