Quando un bambino vive insieme ad adulti che si occupano di lui con equilibrio, armonia e che gli forniscono l’affetto di cui ha bisogno, cresce sereno ed autonomo. Il bambino  che invece, non ha sperimentato il senso di sicurezza e di fiducia verso una o più persone adulte, vive eventi come l’ansia e la paura con maggiore intensità rispetto ad altri bambini.

Il termine ansia deriva dal latino angere che significa: provocare collera, causare dolore e si manifesta con una sensazione di confusione, perdita di fiducia, scarsa autostima ecc. Il bambino può avere difficoltà nelle relazioni interpersonali: è irritabile, incapace di gestire anche le più piccole frustrazioni. La paura è l’ansia provocata da qualcosa che il bambino può vedere, sentire, provare e si manifesta come emozione intensa che accompagna la percezione di un pericolo reale o potenziale.

L’esperienza della paura è esperienza del limite, della finitudine, della fragilità, consapevolezza delle proprie possibilità di risposta alle sollecitazioni ambientali. Il bambino che si trova a confronto con ciò che è nuovo è particolarmente esposto alle paure, che provocano in lui indecisione, sospetto di pericolo. La fonte di pericolo viene rielaborata nel vissuto soggettivo dando luogo ad immagini che finiscono con l’acquisire una loro relativa indipendenza, al punto che la reazione di paura viene a scatenarsi per la presenza dell’immagine interiore che lo rappresenta e lo sostituisce. È come se dinanzi ad una serie di esperienze di disagio, il soggetto finisca col condensare la difficoltà attorno ad un’immagine, ad esempio, quella dell’uomo nero, che nell’immaginazione viene ad arricchirsi d’ulteriori elementi tratti dall’esperienza infantile. Questa immagine così codificata e sempre esposta ad ulteriori arricchimenti, riemerge nel vissuto del bambino, specialmente durante il sogno; è per questo che il bambino si sveglia spesso spaventato, le sue paure non sono altro che una risposta ad immagini che hanno un rapporto con la realtà. Le paure del bambino sono riconducibili o a reazioni a pericoli esterni e in qualche modo riscontrabili nella condizione fattuale, oppure a reazioni verso immagini interne difficili da ricostruire e da interpretare. Anche il distacco dalle figure parentali, che per il bambino costituiscono un punto stabile di riferimento provocano in lui ansia e disorientamento.

Un modo per comprendere il mondo delle paure del bambino è dato dal racconto delle fiabe, sia perché consegnano al bambino prototipi di immagini che si prestano a raccogliere e le angosce del piccolo, sia perché facilitano lo scambio fra esperienza esterna ed interna. Nel racconto le figure-simbolo sono prima assunte dal bambino, che trova così un oggetto attorno al quale condensare le sue angosce, poi attraverso la verbalizzazione, sicché il materiale ansiogeno viene in qualche modo messo all’esterno e reso meno preoccupante. Quando a scuola il bambino viene sollecitato a manipolare gli oggetti e ad intervenire su di essi produttivamente, si determinano situazioni di consenso e di approvazione che accrescono la sicurezza personale. Il bambino che si fa padrone delle cose è sicuramente più sicuro e quindi meno esposto alle paure; per altro il bambino che a scuola e a casa trova occasione di verbalizzare, che viene aiutato ad esternare attraverso i racconti di fiabe conflitti ed angosce, trova in tutto questo, occasione e possibilità di difesa dalle paure. In questo caso la paura agisce come segnale, connesso al crescere del senso della realtà e, quindi, come correlato della percezione del limite e della percezione delle proprie effettive possibilità. Per liberarsi della paura è necessario poterla riconoscere ed accettare, la scuola dell’infanzia può offrire l’occasione ed essere il luogo di scoperta e manifestazione di sentimenti, di ridimensionamento e contestualizzazione.

Un altro modo per comprendere le paure del bambino è quello di osservare i suoi disegni (Corman, 1970):

  • Omissioni: riguardano soprattutto l’assenza delle mani e dei piedi nel disegno. L’assenza simboleggia il sentimento di impotenza del bambino, la sua incapacità di controllare ciò che di negativo gli sta succedendo e la sensazione di essere dominato
  • Distorsioni: quando un bambino di 5 o 6 anni rappresenta un disegno grottesco ciò può significare che sia in preda ad una grande ansietà.
  • Forza del tratto: la pressione è il risultato della tensione muscolare che è stata impiegata per tracciare il disegno. Poiché non è necessaria, essa indica che il bambino si trova sotto l’influenza di uno stress mentre realizza il disegno. È necessario analizzare più disegni, poiché la tensione può anche essere occasionale. Se la pesantezza del tratto compare spesso nei disegni allora si è in presenza di ansia.
  • Colore: quando un colore diventa predominante, ad esempio il bambino colora tutto il disegno con un unico colore, anche quando l’oggetto del disegno non lo richiede, può significare che sono presenti problemi d’ansia. Se nei disegni del bambino prevale l’uso del porpora e il nero, significa che il piccolo sta vivendo un periodo di conflitto che lo sta facendo soffrire. Egli ha, pertanto, bisogno di rassicurazione e sostegno da parte dell’adulto. Dopo aver ultimato il disegno può accadere che il bambino ricopra alcune parti con un altro colore, ad esempio a un prato verde sovrappone il colore giallo o ricolora una casa di mattoni di nero. Le emozioni espresse dal primo colore vengono nascoste dal secondo colore. Se, ad esempio, il bambino copre il rosso con il nero, ciò può stare a significare che l’ansia viene usata per celare la rabbia. Capire la natura della sovrapposizione dei colori fornisce un aiuto per comprendere le inibizioni e i conflitti del bambino.

Un altro modo per i genitori di comprendere il mondo del figlio è quello di dare un ruolo decisivo alle fiabe, sia perché esse consegnano al bambino prototipi d’immagini che si prestano a raccogliere e le angosce del piccolo, sia perché facilitano lo scambio fra esperienza esterna ed interna. Nel racconto delle fiabe le figure-simbolo vengono prima assunte dal bambino, che trova così un oggetto attorno al quale condensare le sue angosce, poi attraverso la verbalizzazione, sicché il materiale ansiogeno viene in qualche modo messo all’esterno e reso meno preoccupante. Quando il bambino viene sollecitato a manipolare gli oggetti e ad intervenire su di essi produttivamente, si determinano situazioni di consenso e di approvazione che accrescono la sicurezza personale. Il bambino che si fa padrone delle cose è sicuramente più sicuro e quindi meno esposto alle paure; per altro il bambino che trova occasione di verbalizzare, che viene aiutato ad esternare attraverso i racconti di fiabe conflitti ed angosce, trova in tutto questo occasione e possibilità di difesa dalle paure. In questo caso la paura agisce come segnale, connesso al crescere del senso della realtà e, quindi, come correlato della percezione del limite e della percezione delle proprie effettive possibilità. Per liberarsi della paura è necessario poterla riconoscere ed accettare; il bambino che si trova ad esprimere sentimenti molto forti, ha bisogno di tempo e di una relazione educativa che sappia sostenerlo quando necessita. Il bisogno della presenza dell’adulto e della sua sicurezza diventa ancor più necessario. Il distacco dalle figure parentali, che per il bambino costituiscono un punto stabile di riferimento prova in lui ansia e disorientamento. Il bambino deve avere l’occasione di sperimentare con i suoi nuovi genitori la costruzione di un rapporto di fiducia, la disponibilità nei suoi confronti, la capacità di accoglierlo con le sue potenzialità e differenze.