L’autismo rappresenta una delle più gravi manifestazioni che colpiscono il bambino nella sua capacità di comunicare e di instaurare relazioni con il mondo esterno. La chiusura che sembra caratterizzare i bambini autistici ha dato adito a supposizioni suggestive sulle motivazioni e i fattori determinanti una così singolare manifestazione. In questa prospettiva il disturbo ha assunto connotazioni simili a quelle di un ritiro quasi volontario. Forse a causa della natura enigmatica dell’autismo, intorno a tale fenomeno “sono fioriti leggende e miti difficili da sradicare” come quello che attribuisce alla carenza di cure materne, la causa diretta dell’autismo. Di fatto, il grave disordine della comunicazione che caratterizza l’autismo costituisce un impedimento o una limitazione alla socializzazione e all’integrazione nei normali processi di vita.

La diagnosi di autismo si scontra con due principali problemi:

  • non esiste un test a carattere medico o comportamentale, né un assetto genetico, né un agente patogeno che portino in modo univoco e definitivo a diagnosticare l’autismo;
  • sotto un’unica etichetta vengono compresi individui unificabili dal fatto che, a partire dalla primissima infanzia, hanno avuto maggiori menomazioni nel capire ed esprimere sentimenti ed inserirsi in modo reciproco negli scambi sociali.

Freeman riassume gli assunti su cui si basa l’attuale definizione di autismo:

  • È una sindrome clinica (su base comportamentale); non vi è un elemento oggettivo che accomuni tutti i casi.
  • È un disturbo a spettro, che presuppone un continuum di sintomi combinati tra loro in modo diverso e con diversa gravità.
  • È una diagnosi in evoluzione, perché l’espressione dei sintomi varia a seconda dell’età e del livello dello sviluppo dell’individuo.
  • È una diagnosi di tipo retrospettivo, perché richiede la ricostruzione dello sviluppo dell’individuo.
  • È un disturbo ubiquitario, perché diffuso in tutto il mondo.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità individua, una serie di criteri diagnostici per l’autismo distinguendolo dagli altri disturbi distinguendolo da altri disturbi dello sviluppo.
Tale disturbo è definito come sv
iluppo anormale o blocco dello stesso, in età inferiore ai 3 anni, in una delle seguenti aree:
1. Linguaggio recettivo o espressivo nelle comunicazioni sociali.
2. Sv
iluppo di relazioni sociali privil
egiate.
3. Gioco funzionale o simbolico.

Devono essere inoltre presenti almeno sei sintomi compresi nelle tre categorie:

1. Anomalie di carattere qualitativo nelle interazioni sociali reciproche:

  • inadeguatezza nell’uso dello sguardo reciproco, della postura, delle espressioni facciali;
  • fallimento nello sviluppo di interazioni che implichino condivisione di interessi, di attività con i pari;
  • assenza di reciprocità socio affettiva;
  • assenza di ricerca spontanea della condivisione di attività ricreative, interessi con altre persone;

2. Anomalie di carattere qualitativo nella comunicazione:

  • ritardo o assenza totale di sviluppo del linguaggio che non si accompagna a tentativi di compensazione con la gestualità;
  • relativo fallimento nell’iniziare una conversazione con reciproca risposta;
  • uso del linguaggio stereotipato o ripetitivo;
  • assenza della finzione spontanea e variata del gioco sociale imitativo;

3. Insieme limitato, ripetitivo e stereotipato di comportamenti, interessi e attività:

  • focalizzazione per interessi stereotipati e ristretti che risultano anormali per intensità e natura;
  • aderenza compulsiva a routine e rituali specifici non funzionali;
  • manierismi stereotipati e ripetitivi che interessano mani, dita e corpo;
  • attenzione per parti di oggetti ed elementi non funzionali di materiale di gioco;

In diversa misura questi criteri all’interno delle tre categorie si riferiscono alla triade dei disturbi sociali, linguistici e di comportamento.

Gillberg, suddividendo le spettro autistico in quattro categorie, indica i seguenti livelli di prevalenza:
1.
Autismo infant
ile ossia la condizione clinica che presenta tutti i sintomi previsti come criteri diagnostici.
2. Condizioni quasi autistiche ossia casi che presentano quasi tutti i criteri diagnostici.
3. Sindrome di Asperger.
4. Presenza di tratti autistici, bambini che non soddisfano completamente i criteri diagnostici.
Secondo la concezione di G
illberg occorre pensare all’autismo come serie di sindromi con molteplici cause, molteplici livelli di gravità ed esiti diversi.

Lo sviluppo sociale del bambino autistico è l’aspetto maggiormente compromesso nell’evoluzione del disturbo.

Trevarthen ritiene che l’autismo sia una disfunzione degli scambi emotivi fra madre e bambino, ma che l’interazione è reciprocamente condizionata e la patologia della comunicazione coinvolge entrambi i componenti della diade. I problemi relazionali tendono a investire tutta la vita dei soggetti autistici. Da ricerche sull’attaccamento è emerso come i bambini autistici non mostrino preferenza per la persona che li accudisce rispetto una persona estranea. Le carenze nello sviluppo comunicativo e linguistico appaiono una caratteristica centrale nella definizione di autismo. Si verifica una difficoltà nell’uso della gestualità convenzionale nei rapporti interpersonale. I bambini autistici dimostrano carenze nei comportamenti di attenzione condivisa, in particolare nell’uso di gesti “per indicare o condividere l’esistenza e le caratteristiche di un oggetto”. Il linguaggio verbale risulta completamente assente nei casi più gravi. Quando si presenta, con ritardo, sembra caratterizzato da alcune peculiarità: l’ecolalia, l’uso stereotipato e pedante di alcune espressioni verbali, l’uso errato dei pronomi, evidente inadeguatezza del linguaggio nel sostenere una conversazione.
Secondo G
illberg solo una minoranza di bambini autistici presenta problemi specifici del linguaggio, che in questi casi si aggiungerebbero alla carenza tipica dell’autismo. Anche quando rispettano le principale regole conversazionali non immettono nel dialogo informazione nuova. Questo disagio comunicativo è alla base delle difficoltà alla partecipazione alla vita sociale e rappresenta una spiegazione supplementare alla difficoltà nello stabilire legami di amicizia.
Lo sv
iluppo cognitivo, presenta un’estrema variabilità, in relazione alle differenze di livello intellettivo dei soggetti. Diversi autori hanno sottolineato come la gravità del ritardo mentale non sembri essere collegata ad una maggiore presenza di tratti autistici. Il bambino autistico, impossibilitato ad ut
ilizzare una mente “adulta” che condivida i suoi messaggi e glieli restituisca elaborati, non riuscirebbe a sfruttare a pieno le potenzialità del suo sistema nervoso.

Nella tradizione psicoanalitica l’autismo è stato inserito all’interno delle psicosi infantili.

Le due forme tipicamente evolutive sono:

  • psicosi simbiotica;
  • autismo infantile.

Tustin, riconduce entrambi i disturbi ad un’origine comune. In seguito ad una reazione catastrofica alla consapevolezza della separazione dal corpo della madre, avrebbe luogo un blocco nei normali processi di sviluppo psicologico o l’instaurarsi di un innaturale grado di fusione con la stessa madre. Un trauma determinerebbe due tipi di reazioni difensive: da un lato quella in cui il bambino si chiude in se stesso e auto-genera sensazioni del proprio corpo, dall’altro quella in cui si crea l’illusione di essere avvolto in un corpo diverso dal proprio. Tustin parla di bambini autistici con blocco quasi totale dello sviluppo psicologico, legato al fatto che, per proteggersi da esperienze che inducono terrore, essi si avvolgono nelle proprie sensazioni corporee, escludendo il mondo dal proprio campo di attenzione; i bambini psicotici invece mostrano un’identificazione simbiotica, adesiva con la madre e il senso della propria identità e di quella degli altri apparirebbe confuso e frammentato, lasciando uno spiraglio alla possibilità di un qualche sviluppo psicologico.
L’autismo è dunque inteso come una fissazione alla fase più primitiva della vita extra uterina, di completa indifferenziazione fra sé e l’altro.