La paura può essere definita come un’emozione primaria di difesa che l’individuo sviluppa in situazioni di pericolo reali o soggettivamente percepite come tali. È un’emozione arcaica e insostituibile nella vita di ogni individuo e non esiste essere umano privo di questo elemento.

Alla base c’è un meccanismo fisiologico: gli stimoli minacciosi attivano l’ipotalamo la cui parte posteriore porta alla liberazione di ormoni che stimolano la ghiandola ipofisi a produrre ACTH che induce i surreni a produrre un altro ormone ACH. Sarebbe riduttivo però spiegare la paura solo in termini fisiologici, poiché si tratta di un’emozione che coinvolge l’intera personalità.

Ci sono nell’uomo delle paure “innate”, che vengono in qualche modo tramandate da generazione in generazione e che sopravvivono nel nostro tempo “razionale e scientifico”. Nel corso della storia è sempre stata presente la paura del buio, dell’ignoto, della morte; si trattano di paure arcaiche che, nonostante si siano cercate strategie per placarle, continuano comunque ad esistere.

Ansia e paura spesso vengono usate da molti autori come sinonimi, in quanto appartengono entrambe alla stessa area emozionale. Altri invece le distinguono nettamente. Così come noi le percepiamo, l’ansia è molto simile alla paura; delle due la paura è quella considerata più specifica, dettata da un preciso stimolo, mentre l’ansia è più generica, è uno stato emotivo diffuso, originato da stimoli neutri. La distinzione tra queste due emozioni non è sempre possibile, soprattutto quando sono i bambini a provarle. Il bambino infatti non riesce a distinguere se il pericolo arriva dall’esterno o dall’interno, se è reale oppure immaginario.

Vi sono diverse teorie che spiegano la reattività alla paura: ci sono ipotesi ambientalistiche (Watson) e costituzionali (Freud e la psicoanalisi). Vi sono poi autori (Bowbly), che si schierano per una versione “mista”.

Watson condusse un esperimento su un bambino di undici mesi che consisteva nell’indurre nel fanciullo la paura di un animale peloso associandone la presenza di un forte rumore. Watson riuscì in questo modo a estendere uno stato di paura originariamente collegato a una situazione disturbante (rumore), a uno stimolo neutro o addirittura piacevole (coniglio). Secondo l’autore, il solo meccanismo del condizionamento spiega il formarsi di paure e fobie che altrimenti apparirebbero immotivate.

L’esperimento svolto da Watson fu ripetuto da altri che evidenziarono alcuni aspetti: Valentine si accorse che non era possibile trasferire lo stato di paura da un forte rumore a qualsiasi oggetto neutro; in questo modo consentì di comprendere che tra la paura e ciò che la suscita, il rapporto non è così arbitrario. Altri studiosi notarono che vi erano delle variabili che Watson non aveva considerato: il bambino probabilmente viveva un’insicurezza dovuta all’isolamento che l’esperimento richiedeva e ciò aumentava la paura; oppure che il bambino era cresciuto in un ambiente ospedaliero e che per questo motivo poteva avere sofferto di carenze affettive che probabilmente lo rendevano emotivamente più fragile. Tutti questi elementi rilevati dopo l’esperimento stanno ad indicare come il fenomeno della paura sia un evento molto più complesso.

La teoria di Freud e della psicoanalisi era decisamente diversa da quella presentata da Watson. La psicoanalisi considera infatti le situazioni temute all’esterno come una rappresentazione di timori e tensioni che invece avvengono nel mondo interiore. Secondo Freud, mentre è possibile sfuggire agli stimoli esterni è invece impossibile farlo per quelli interni. Secondo questa teoria, le paure infantili sono degli stati emotivi conseguenti al timore di perdere l’oggetto libidico su cui vengono proiettate le proprie tensioni interne. Quando l’individuo si accorge di non essere più in grado di calmare l’eccitazione libidica che proviene dal proprio interno, orientandola su un oggetto in grado di soddisfarla, viene pervaso dall’ansia, che è la risposta dell’Io a uno stato incombente di pericolo. Freud ritiene che, a seconda dei soggetti, ci siano delle differenze nella quantità dei bisogni libidici. Queste differenze determinano in alcuni soggetti una maggiore interdipendenza o “angoscia da separazione”. Freud fa una distinzione tra “angoscia reale” e “angoscia nevrotica”. La prima, più comunemente chiamata “paura”, riguarda un pericolo che conosciamo, un pericolo ben determinato, e che scompare con la scomparsa dello stimolo percepito come pericolo. La seconda, più comunemente chiamata “ansia”, è dettata da un pericolo indefinito o che non conosciamo, come ad esempio la paura dell’oscurità, dell’esser soli, dell’estraneità. Questa angoscia, secondo Freud, è uno stato soggettivo dovuto a carenze personali, a impulsi o norme morali da cui derivano disagi e sensi di colpa.

Secondo Bowbly la teoria psicoanalitica sulla paura è oscura e imprecisa: “Noi sosteniamo che, ben lungi dall’essere fobica o infantile, la tendenza a temere tutte queste situazioni comuni va considerata come una disposizione naturale dell’uomo, anzi come una disposizione naturale che in una certa misura lo accompagna dalla nascita alla vecchiaia, e che egli ha in comune con gli altri animali di molte specie. Ciò che è patologico non è la presenza di tale tendenza nell’infanzia o nella vita, una condizione patologica sussiste quando tale tendenza appare assente o quando tale paura insorge con facilità o intensità insolite".

Le paure sono episodi frequenti e comuni nella vita dei bambini. Esse accompagnano la crescita inscrivendosi nel suo normale sviluppo psichico: anche i bambini più protetti e più accuratamente tenuti al riparo da ogni pericolo o informazione traumatizzante, nel corso dello sviluppo possono manifestare qualche paura, magari di un animale, del buio, dei mostri, delle streghe o del temporale. Nel bambino le paure cambiano in base all’età: nell’infanzia ci si trova di fronte a paure di tipo più “irrazionale” (per esempio i “mostri “ e “fantasmi”), crescendo esse divengono sempre più complesse ed articolate, interessando più da vicino la sfera sociale e relazionale (ad esempio, la paura di apparire inadeguati). Anche l’atteggiamento dei bambini davanti alle proprie paure è variabile: possono parlarne esplicitamente, lamentarsene violentemente (ottenendo consolazione e sostegno da parte dei genitori), oppure tentare di dissimularle come se ne vergognassero. Di norma, con il semplice passare del tempo le paure tendono a svanire: gradualmente, infatti, il bambino acquisisce competenze cognitive ed emotive che gli consentono di superare le proprie paure, limitando il loro effetto negativo.

Il bambino crescendo apprende ad affrontare le paure in modo autonomo: impara che i genitori possono allontanarsi, ma ritornano sempre; che fantasmi e mostri non sono reali, etc. La recessione di una paura necessita però anche dell’ascolto e del sostegno degli adulti: è tanto più rapida quanto più genitori, insegnanti, educatori, la comprendono e la rispettano, sostenendo il bambino con parole e gesti di affetto. Atteggiamenti di indifferenza, negazione, derisione o peggio, l’uso di mezzi coercitivi o intimidatori,contribuiscono, invece, ad un rafforzamento della paura stessa.

Già da piccoli, i bambini temono di non essere belli o di essere inadeguati e incapaci, di essere abbandonati e di restare soli. Ed è proprio la solitudine, il nodo centrale intorno al quale si sviluppano molte paure. Nel bambino l’esperienza della paura si lega all’esperienza della relazione di aiuto che gli adulti gli permettono di sperimentare. Il bambino sperimenta insieme la paura e la possibilità di controllarla e da questa esperienza impara ad elaborare strategie di fuga o di controllo a cui lega la possibilità di recuperare il dominio della situazione. La paura non è mai soltanto paura di qualcosa, è anche paura di essere solo davanti a qualcosa di terribile. Imparare a non aver paura è diventato condizione della possibilità di essere considerato maturo ed autonomo e in genere, non essere più bambino significa soprattutto aver coraggio e poter controllare la propria paura. Così il bambino impara più a nascondere la propria paura che ad affrontarla e risolverla. E’ la paura di essere giudicato, di essere preso in giro che crea una sorta di capsula in cui restano latenti molte altre paure che si rendono poi evidenti nei momenti più impensati.

Se la maggior parte delle paure dei bambini possono definirsi “fisiologiche”, quindi transitorie e tipiche di un normale sviluppo psicologico, alcune possono trasformarsi in “patologiche”, quando assumono dimensioni e intensità tali da impedire una vita normale e divengono un ostacolo alla maturazione del bambino, intralciandone lo sviluppo. Quando una paura persiste o quando inizia ad interferire con la vita quotidiana del bambino, allora si parla di fobia e si evidenzia la necessità dell’intervento di un esperto in problematiche infantili. Se la paura può essere considerata un’emozione utile e necessaria, perché consente di prepararsi ad un pericolo, di organizzarsi e difendersi, la fobia, invece, ostacola la vita quotidiana ed è all’origine di reazioni eccessive e inadeguate, finalizzate ad evitare ogni contatto con l’oggetto che crea ansia.

Le fobie specifiche nascono, nella maggior parte dei casi, nell’infanzia mentre le fobie sociali sono tipiche dell’adolescenza e insorgono, in genere, tra gli 11 e i 18 anni.

L’evoluzione della una paura dipende, dunque, oltre che dall’organizzazione cognitiva del bambino, dalle risposte fornite dagli adulti e da eventi esterni. Spesso infatti esistono situazioni fobiche familiari, per esempio la paura dei cani: genitori terrorizzati trasmetteranno, probabilimente, al bambino il loro timore. In un ambiente familiare rassicurante, ma non complice (un’eccessiva comprensione delle fobie potrebbe rinforzare il comportamento) è facile che le fobie si risolvano intorno ai 7-8 anni.

Come già specificato le paure nel bambini variano ed evolvono con l’età per cui alcune sono proprie dell’età prescolare ed altre possono manifestarsi più tardi. La paura dell’abbandono è specifica della prima infanzia (0-3 anni), ma può perdurare nel tempo e se non trattata in modo corretto, essere presente anche nell’età adulta. È legata alla separazione “temporanea” dalla figura di riferimento. La paura di essere abbandonato aumenta l’ insicurezza del bambino soprattutto nelle “fasi evolutive di passaggio” che coinvolgono inevitabilmente i processi di separazione. Ne sono un esempio: l’ entrata all’asilo nido o alla scuola materna, i primi viaggi dei genitori senza di lui, la nascita di un fratellino etc. I bambini piccoli, immaturi e dipendenti da una figura materna, sono particolarmente predisposti all’ansia legata alla separazione. Poiché i bambini attraversano una serie di paure evolutive che possono considerarsi fisiologiche, la maggior parte ha esperienze transitorie di ansia da separazione basate su una o sull’altra di queste paure. Tuttavia la diagnosi di disturbo d’ansia da separazione è possibile quando vi è una sproporzionata paura di perdere la figura di riferimento, più spesso rappresentata dalla madre. Preoccupazioni persistenti sono paure di danno personale e di pericolo per i genitori e il bambino si sente sicuro e protetto solo in presenza di questi ultimi.

Il DSM-IV comprende questo disturbo tra i Disturbi solitamente diagnosticati per la prima volta nell’infanzia, nella fanciullezza o nell’adolescenza.

Il disturbo d’ansia da separazione è comune nella prima fanciullezza e si verifica in proporzione uguale nei due sessi. L’esordio può avvenire sin negli anni prescolastici, ma anche più tardivamente, intorno agli 11-12 anni, quando si estrinseca spesso con la forma estrema del disturbo: il rifiuto di andare a scuola. Si può manifestare al pensiero o nel corso di un viaggio lontano da casa. Proprio per questo i bambini, che soffrono di tale disturbo, possono rifiutare di andare in campeggio, in una nuova scuola o anche a casa di un amico.

La caratteristica essenziale è appunto l’ansia estrema scatenata dalla separazione dai genitori, da casa o da altri ambienti familiari. L’ansia può raggiungere il terrore o il panico. I bambini diventano timorosi che qualcuno a loro vicino si farà del male o che accadrà qualcosa di terribile in loro assenza alle persone che si prendono cura di loro. Da qui il violento rifiuto di allontanarsi e in particolar modo di andare a scuola. L’ansia da separazione rappresenta la spiegazione di altri tipi di paure come la paura del buio, poiché la notte viene vista come un abbandono da parte della madre.

Altri tipi di paure sono specifiche della prima infanzia come la paura degli uomini con la barba, la paura del temporale o la paura dell’acqua. Generalmente tendono a scomparire con l’età, ma se non comprese e trattate in modo corretto possono costituire la base per una personalità fobica. La paura del dottore e degli ambienti medici in generale può insorgere nel bambino solitamente in età prescolare (3-5 anni) e spesso è connessa ad esperienze negative e traumatizzanti vissute direttamente o indirettamente. L’ospedalizzazione prolungata o improvvisa e la malattia possono costituire le cause scatenanti e il timore può estendersi a tutte le persone che portano una divisa, soprattutto il camice bianco. Può scomparire spontaneamente o può perdurare e assumere le caratteristiche di una fobia se viene, anche involontariamente, sostenuta dall’atteggiamento degli adulti, attraverso descrizioni ed informazioni che contribuiscono ad alimentarla.