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Solo nel giocare è possibile la comunicazione – Winnicott


“Solo nel giocare è possibile la comunicazione…” colpisce questa affermazione di Winnicott.

Il gioco è sempre un’esperienza creativa: forse solo mentre gioca il bambino, o l’adulto, è libero di essere creativo e di far uso dell’intera personalità ed è solo nell’essere creativo che l’individuo scopre il sé.
Leggendo Winnicott, si vede come per l’autore il gioco è una forma di elaborazione della realtà, il gioco creativo è importante con il sogno e col vivere ma essenzialmente non appartiene al fantasticare; lo spazio intermedio è il gioco in cui si realizza il momento creativo.

Affinché il gioco abbia il suo luogo, Winnicott ha postulato uno spazio potenziale tra il bambino e la madre (“sufficientemente buona”) ed ha sostenuto che la cosa importante del gioco è sempre la precarietà di ciò che si svolge tra la realtà psichica personale e l’esperienza di controllo degli oggetti reali; la precarietà del gioco è dovuta al fatto che esso si svolge sempre sulla linea teorica che separa il soggettivo da ciò che è oggettivamente percepito.
Dunque il
gioco non serve come evasione, non è qualcosa al di fuori della realtà, ma può esserci una modalità inclusiva di esperienza del gioco, cioè funzionale all’elaborazione della realtà.

Molti autori si sono trovati d’accordo nel sostenere l’importanza del gioco per gli esseri umani nella propria considerazione di sé; esso è paragonabile al bere, al dormire, insomma a qualsiasi bisogno fisiologico.
Bateson addirittura nella sua teorizzazione fata a livello della metacomunicazione nel libro “Questo è un gioco” asserisce che il gioco è quel processo biologico necessario senza il quale tutte le altre cose, gli elementi di “non gioco” sono inconcepibili. Quindi
il gioco serve per sopravvivere, il gioco è la vita e la vita è sopravvivenza.

Bateson descrive la sua teoria delle “bucce di cipolla”, in cui spiega che il gioco è uno dei modi in cui impariamo quali siano i non oggetti e quale sia il loro sistema di stratificazine; il bambino non impara le cose ed i ruoli separatamente, quando il bambino comincia a guardarsi intorno la sruttura è ancora indefinita ma col passar del tempo si sviluppa e diventa più marcata.

Per questo è importante il gioco perché con esso il bambino scopre dove sono le linee di demarcazione delle categorie; per cui il gioco è uno stratagemma con cui l’individuo esplora l’universo, quindi è essenzialmente un processo di apprendimento.
Qualcuno ha detto che ci accorgiamo dell’importanza del gioco per il bambino perché è nel gioco che egli impara a comportarsi secondo i vari ruoli; questo è vero come è più vero che è attraverso il gioco che un individuo diventa consapevole dell’esistenza di vari tipi di categorie di comportamento.

Il fatto che il gioco includa elementi di divertimento e di piacere lo differenzia nettamente da quelle interazioni in cui l’inevitabilità o la poca reversibilità possono portare ad una situazione di grande ansia; se le cose stanno così allora le interazioni che chiamiamo gioco sono esempi di comportamento caratterizzato da un basso livelo di ansia. La liberazione dell’ansia nelle interazioni di gioco è un dei motivi che rende il gioco così divertente.

Seguendo i numerosi autori e le tante teorie postulate sul gioco si conclude che il gioco assume forma cangianti ed ha varie caratteristiche:

  • è piacevole, divertente: anche quando non è effettivamente accompagnato da segni di allegria, è ugualmente valutato in modo positivo da chi lo svolge;
  • non ha scopi estrinseci: le sue motivazioni sono intrinseche e non perseguono altri obiettivi; è più un godimento di mezzi che uno sforzo rivolto ad un particolare fine, in termini utilitaristici è in sé improduttivo;
  • è spontaneo e volontario: non è obbligatorio, ma liberamente scelto;
  • necessita di un impegno attivo: da parte del giocatore; (il lavoro e l’impegno artistico sono in genere piacevoli d intrapresi speso spontaneamente ma entrambi hanno un loro scopo);
  • ha senz’altro relazioni sistematiche con tutto ciò che si può definire “non gioco” (cfr. Bateson).

Concludiamo, riprendendo le parole di Winnicott il quale sottolinea che “è la percezione creativa più di ogni altra cosa che fa sì che l’individuo abbia l’impressione che la vita valga la pena di essere vissuta”. Per cui: vivere creativamente è una situazione di benessere fisico e psicologico; la creatività è universale e appartiene al fatto di essere vivi. L’impulso creativo è come una cosa in sé.

Se si perde il vivere creativamente e con gioco, può scomparire nell’individuo il sentimento che la vita è reale e che ha un senso; gli individui che vivono creativamente trovano che la vita vale la pena di essere vissuta, ma se non vivono in maniera creativa allora dubitano del valore di vivere…

Bibliografia:
Winnicott: “Gioco e realtà”
Bateson: “Verso un’ecologia della mente” (Una teoria del gioco e della fantasia)
Bateson: “Questo è un gioco”